I lemuri che mangiano terra. La chiave per salvarli dall’estinzione è nell’interazione fra il suolo e il loro intestino?

Nel micobioma intestinale degli indri sono presenti funghi, lieviti e minerali che potrebbero essere fondamentali la loro sopravvivenza

[24 Febbraio 2021]

La geofagia, cioè l’ingestione di suolo, è una pratica che accomuna diverse specie animali e gli esseri umani. Alla Freie Universität Bozen – Libera Università di Bolzano ricordano che «Sono molte le culture – ad es. in Africa o nel Medio Oriente – in cui è diffusa questa pratica. Sembrano essere diverse motivazioni riguardo a questo comportamento: ad esempio, in alcuni Paesi poveri le donne incinte e carenti di ferro trovano nel suolo il minerale altrimenti non disponibile sotto altre forme. Più o meno, è ciò che fanno anche gli indri, la specie più grande di lemuri del Madagascar. Anch’essi si nutrono di suolo poiché troverebbero in essa i nutrimenti – minerali – necessari per integrare la loro dieta a base di foglie, frutti e semi».

Lo studio “I Like the Way You Eat It: Lemur (Indri Indri) Gut Mycobiome and Geophagy”, pubblicato su Microbial Ecology da un team di ricercatori italiani e malgasci, ha cercato di capire la relazione tra geofagia, caratteristiche del suolo nell’habitat e funghi intestinali, inclusi i lieviti,  degli  indri (Indri indri), una specie di lemuri che la Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature classifica a elevato rischio di estinzione.

Lo studio voleva far luce sul comportamento geofago dei primati ed è stato realizzato da un’équipe di ricercatori italiani di diverse università (Bolzano, Torino, Bologna, Cattolica del Sacro Cuore di Roma) e del Parco Natura Viva di Bussolengo  e malgasci (Université de Antananarivo, Laboratoire de Pédologie –  FOFIFA), appoggiati al centro dell’Università di Torino in Madagascar, con diverse specializzazioni: microbiologi, chimici del suolo, ed etologi.

Alla Libera Università di Bolzano, che ha partecipato con l’équipe di ricerca in chimica agraria, spiegano che «L’ipotesi di partenza, confermata dai risultati delle analisi chimiche e microbiologiche, era che i lemuri ingerissero il suolo perché questo rappresenta un ingrediente imprescindibile della loro alimentazione. L’analisi dei campioni di suolo prelevati nelle foreste del Madagascar – più precisamente nella foresta di Maromizaha, nella parte nord-orientale dell’isola – e delle feci dell’animale hanno evidenziato in entrambi i casi la presenza di funghi, lieviti e micronutrienti, il che validerebbe l’ipotesi di partenza».

Il principale autore dello studio, Luigimaria Borruso, ricercatore della Libera Università di Bolzano, evidenzia che «I funghi ingeriti  sembra abbiano un ruolo nella digestione della cellulosa e quindi delle foglie di cui si cibano i lemuri. E’ ragionevole pensare che gli indri li sfruttino per facilitare la digestione. Altri componenti rintracciati – come manganese e ferro – potrebbero essere utili per i processi fisiologici tipici della specie, inoltre il suolo potrebbe agire anche come agente detossificante».

Il progetto prevedeva anche una parte etologica, con l’osservazione del comportamento degli indri che ingeriscono il suolo. I ricercatori spiegano ancora che «Il gruppo di primati solitamente si muove verso un luogo specifico. Dopo averlo identificato – solitamente vicino a un albero in decomposizione o a uno smottamento – un membro del gruppo scende e inizia a mangiare il suolo mentre gli altri lo osservano e controllano l’ambiente circostante. Quando il primo ha terminato, viene avvicendato da un altro componente fino a quando l’intero gruppo ha soddisfatto tale bisogno. Successivamente, per riposare o continuare a cibarsi, il gruppo sceglieva di cambiare luogo. Le scimmie ingeriscono il suolo direttamente con la bocca oppure raccogliendolo con una mano e introducendolo nella cavità orale».

Gli scienziati italiani sono convinti che «Potenzialmente, questa scoperta può avere un significato molto importante per la conservazione della specie. Finora i protocolli messi a punto per la conservazione di gruppi isolati in ambienti alterati – e quindi da funghi, lieviti e micronutrienti contenuti nel suolo di cui si ciba – non hanno consentito agli esemplari di indri di sopravvivere in salute».

Borruso conclude: «Sono necessarie ulteriori ricerche,  però i risultati del nostro studio fanno riflettere sulla necessità di preservare intatti gli habitat e la biodiversità dei suoli. La protezione animale dipende infatti anche dal mantenimento della biodiversità del suolo che può avvenire solo combattendo la distruzione delle foreste. Il suolo non è una risorsa rinnovabile e dobbiamo ricordarci che proteggendo lui, proteggiamo anche noi stessi e tutta la vita che da esso dipende incluse le piante che vi crescono».