[28/09/2009] News

Confessioni di un eco-peccatore di Fred Pearce

"Ogni storia a lieto fine contiene un momento di dramma, un momento in cui si decide il futuro. Gli eventi cambiano per un colpo di fortuna o uno scherzo del destino. Quando si è parte della storia probabilmente diventa più difficile sapere quando arriva il momento. Forse molte generazioni pensano di essere speciali, ma sembriamo essere vicini al momento in cui il destino dell'homo sapiens potrebbe essere segnato, in cui saremo chiamati a scegliere se seguire i nostri istinti migliori  o peggiori. Non sono in grado di pregare un dio, quindi forse pregherò Toba affinché l'umanità compia la scelta giusta". Questo finale degno di un dramma chiude un libro che è giunto nelle librerie italiane da appena una decina di giorni e che, a partire dal titolo e per tutte le sue 340 pagine cerca invece di presentare i limiti dello sviluppo umano con un tipico e quasi cinico humor inglese.

 Fred Pearce è un giornalista ambientale (in gran bretagna esistono giornalisti specializzati sull'ambiente, oltre che in politica, cronaca, giudiziaria, sport, cultura...) che collabora regolarmente con diversi quotidiani ed è consulente per New Scientist. "Confessioni di un eco-peccatore" è il suo tredicesimo libro ed è forse il primo in cui auto analizza la propria impronta ecologica, partendo non da stime e calcoli (sempre soggettivi e quindi approssimativi) con cui oggi l'umanità ha costantemente a che fare - mirabile i capitoli dedicati ai "dottori dell'impronta" e alle compensazioni ambientali - bensì dai suoi oggetti, viaggiando a ritroso per scoprire l'origine dei singoli materiali di cui sono fatti.

 Potremmo forse dire allora che questo è un libro sui flussi di materia. Lo è solo in parte, perché la puntigliosa (e inquinante) ricerca che ha portato Pierce in ogni angolo del mondo si ferma quasi sempre ex ante e solo raramente si concentra sull'ex post, ovvero sul viaggio a ritroso che i materiali fanno una volta che l'oggetto viene gettato. O meglio. Pearce indaga sì per calmare la sua coscienza e capire dove è più sostenibile ambientalmente e socialmente far arrivare il suo vecchio computer piuttosto di un abito, esplora con stupore l'efficientissima macchina del riciclo cinese, analizza con freddo distacco il viaggio dei suoi escrementi, ma dimentica quasi sempre che si sta preoccupando di una minima parte dei rifiuti, quella parte emersa (i rifiuti urbani) che nasconde sotto di sé l'inimmaginabile massa dei rifiuti speciali (che in Italia sono 4 volte gli urbani), la cui capacità di trattamento in impianti di recupero, almeno in Italia, è fortemente deficitaria, come dimostrano anche i casi di questi giorni riguardanti navi di rifiuti che sarebbero state affondate nei nostri mari.

 Nonostante questa pecca (Pearce non è certo il primo a cadere in questo tranello), il libro scorre bene e probabilmente otterrà il risultato sperato: raggiungere una buona fetta di cittadini del mondo che finora non si è posto troppe domande su un modello di crescita all'infinito che non può (direi, alla luce delle crisi che viviamo, non poteva) durare; e magari instillare qualche dubbio su chi, stanco di venir sommerso dai catastrofisti ambientalisti, ha preferito chiudersi nella dorata ignoranza e fuggire dalla complessità.

 La complessità su cui si regge il sistema commerciale mondiale e ogni singolo ecosistema naturale forse è proprio il concetto che Pierce riuscirà meglio a far digerire ai suoi lettori digiuni di senso del limite e ingozzati di facile consumismo. Vale qui la pena di ricordare il primo, emblematico viaggio di Pearce all'origine di un suo oggetto: quella fede d'oro da 10 grammi per la quale sono state utilizzate 5 tonnellate d'acqua e 30 tonnellate di aria (le prime pompate a fuori, le seconde reimmesse sotto terra per far raffreddare la miniera di West Witwatersrand che sprofonda 4 chilometri sotto la superficie terrestre), 10 ore di lavoro, elettricità e soprattutto 2 tonnellate di materiali di scarto, imprecisate quantità di cianuro e zinco per sciogliere e recuperare l'oro (i bacini contenenti la melma di scarto di questa miniera coprono 400 chilometri quadrati).

L'elenco è lungo, dall'oro al caffè, dall'olio di palma allo zucchero fino ai fagiolini kenioti del commercio equo e solidale (che Pierce alla fine promuove tra i tanti ‘ma', mentre il suo prefatore all'edizione italiana, il climatologo Luca Mercalli considera "assurdo comprare fagiolini dall'altra parte del mondo quando crescono anche qui da me, saranno pure solidali ma hanno consumato troppa energia per essere trasportati"), dalle terre rare presenti in tutta l'elettronica di precisioni fino alla maglietta di cotone (che ricalca peraltro i viaggi di una t-shirt nell'economia globale descritto da Pietra Rivoli e recensito un paio di settimane su queste stesse pagine).

Insomma un libro complesso che nel tentativo di semplificare la complessità dell'economia ecologica, cade in svariate piccole e grandi lacune, e disvela il senso di fastidio che colpisce ogni ambientalista nell'accorgersi di quante insormontabili contraddizioni caratterizzano il suo stesso stile di vita  o le sue stesse battaglie (a un certo punto Pierce arriva a chiedere ai suoi connazionali di lasciare un po' di pattume sulle spiagge perché senza di esso la natura e la fauna non riescono a riprodursi!) .

Citavamo in apertura di recensione Toba: un vulcano la cui eruzione imparagonabile a Krakatoa, capace di creare una miniglaciazione di un migliaio d'anni, avrebbe spazzato via quasi tutto il genere umano, lasciando sulla terra appena un paio di migliaia di homo sapiens. La tesi di Pearce (che forse si è sforzato di cercare un po' di ottimismo) è che quel momento topico della storia dell'uomo ha fatto nascere l'uomo moderno, che ha scoperto la socialità e ha permesso a quei 2mila individui di sopravvivere e anzi colonizzare l'intero pianeta. Non siamo così esperti da poter disquisire su una tale ricostruzione, ci limitiamo solo a dire che somiglia molto alla teoria delle catastrofi secondi cui solo eventi climatici estremi potrebbero svegliare il mondo dal sonno dell'ignoranza nei confronti dei cambiamenti climatici.

Il capitolo dedicato all'impronta ecologica infine è molto educativo: senza una contabilità ambientale, senza pratiche di life cycle assessment riconosciute e standardizzate, difficilmente si potrà preferire cogentemente una pratica ecologica rispetto ad un'altra, capire cioè se la carta è meglio riciclarla o bruciarla ricavandone un po' di energia, o se davvero il trasporto via rotaia è più ecologico di ogni altro sistema (solo per fare due esempi su cui Pearce si sofferma per parecchie pagine).

Infine l'aspetto demografico, dove Pierce porta ad emblema un'Italia dove i figli non si fanno  (facevano, secondo le ultime stime)  più. Concordiamo ancora con Luca Mercalli: «non mi fa paura un'Italia con basso tasso di fecondità - dice - mi fa paura il contrario, un'Italia sovrappopolata, con 60 milioni di persone su 300mila km quadrati di territorio, in gran parte montuoso. Qui Pearce semplifica di nuovo eccessivamente, sottovaluta il problema demografico ritenendo che ormai tutti i popoli stiano diminuendo il loro tasso di fertilità e dopo un ulteriore aumento .- si ritiene 9 miliardi al 2050 - la popolazione andrà naturalmente a declinare. In un mondo dove l'impronta ecologica supera già oggi le potenzialità planetarie l'ottimismo di Pearce per me è spostato di un cinquantennio, vedremo cosa resterà allora delle risorse del pianeta».

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