
[01/10/2009] News
La strada che porta da Pescara a l'Aquila passa al fianco di paesi come Castelnuovo, Barisciano, Poggio Picenze, feriti dal terremoto, che ha portato via anche lì vite umane, meno noti alle cronache, distrutti nei centri storici, e arriva alle frazioni de L'Aquila, San Gregorio, Onna, Bazzano, lasciando ai lati più lontani, Paganica, Camarda, Tempera, Assergi. San Demetrio, Fossa.
Nomi che forse non raccontano molto. Tra questi nomi, sin dal 6 aprile, la narrazione mediatica ha scelto dei luoghi simbolo, privilegiando il racconto del dolore. E la narrazione mediatica si è fatta, quasi subito, e nella generalità dei casi, serva di una precisa scelta politica. I luoghi sono diventati il fondale di una rappresentazione, di potente espressività, che ha però scelto di oscurare deliberatamente il vissuto materiale delle persone e di una comunità, per documentarne soltanto le ferite umane, spesso trattate alla stregua di una fiction televisiva di successo. Lo sguardo mediatico, sapientemente costruito, ha illuminato soltanto alcuni angoli dello scenario, e nascosto la sostanza dei giorni vissuti dalle persone.
Quella strada che arriva a l'Aquila, è una strada a due corsie, una per ogni senso di marcia, e raggiunge il primo dei nuclei parzialmente inaugurato ieri dal Presidente del Consiglio. E' una strada costellata di macerie, alcune delle quali più o meno puntellate, che sono ferme, negli stessi luoghi, esattamente dal mattino del 6 aprile. Congelate nella corsa alla costruzione del "nuovo", che ignora totalmente il vecchio, e lo lascia, consapevolmente, a marcire. Oggi, per percorrere gli ultimi tre chilometri di quella strada, le circa 30.000 persone ancora ospitate in strutture fuori L'Aquila, impiegano almeno un'ora. Il traffico quotidiano è una esperienza nuova e aggiunge il trauma del tempo inutile alla giornata quotidiana del terremotato. Ai fianchi di questo imbuto stradale sono collocati almeno nove siti del Progetto C.A.S.E., destinati ad ospitare migliaia di persone, tutte costrette ad ingrossare quella fila continua di automobili.
E dentro l'auto, mentre si arriva faticosamente al luogo che ieri ha visto l'ennesima rappresentazione della soluzione dei problemi ad opera del Governo, si pensa, si parla, ci si guarda intorno. Si vedono innumerevoli casette di legno che ospitano attività commerciali di fortuna, ristorazione perlopiù, si vede il nucleo industriale trasformato totalmente, in un susseguirsi di capannoni ancora inagibili, con altri che invece di imprese ospitano esposizioni di macchine edili da tutta Italia, o attività commerciali emigrate da un centro storico diventato dal 6 aprile, città proibita e morta. Si vedono i container di primarie banche e assicurazioni nazionali, espulse dai palazzi del centro e concentrate in un luogo dove non si può neanche parcheggiare ma raggiungibile solo in auto. Si vedono accampamenti di roulotte e tendopoli, e terreni agricoli recintati e in affitto, pronti per qualunque uso abusivo immaginabile.
E, finalmente, si arriva al luogo dell'evento. Perché tutto il resto non è raccontabile dalla televisione che sceglie la cornice, più importante del quadro, e dà sostanza ad una rappresentazione che racconta come sia possibile rispondere al reale bisogno abitativo, prescindendo da ogni altra considerazione, edificando nel vuoto della viabilità, della programmazione territoriale, della socialità, delle relazioni. Un enorme esperimento sociale, una bolla necessaria per tamponare l'emergenza drammatica, diventata obbligata con l'andare dei giorni e dell'assenza di ogni altra soluzione, e, persino parziale, drammaticamente. Quattromilacinquecento abitazioni disponibili circa, quando tutti gli insediamenti saranno terminati, a fronte di un censimento realizzato cui hanno risposto circa tredicimila nuclei familiari.
In quelle case andranno ad abitare persone. Che ne hanno reale bisogno. Ma quelle persone non avranno piazze, o marciapiedi per camminare. Quelle persone manderanno i figli a scuole e in Università, dislocate in buona parte in prefabbricati o in capannoni industriali, in una nuova geografia ancora in larga parte ignota. Non si sa se avranno lavoro.
Ad oggi, sono circa ottomila i Lavoratori in cassa integrazione in deroga per il terremoto, in una città di meno di settantamila abitanti. Senza contare professionisti e artigiani. O Lavoratori con contratto di collaborazione cui è stato concesso un sussidio di 800 euro mensili solo da aprile a luglio. Sono migliaia le piccole imprese, anche del commercio, del centro storico de L'Aquila, e dei centri storici di comuni e frazioni del "cratere", che non hanno alcuna prospettiva di rientro nei loro luoghi, forse per i prossimi dieci anni.
Nessun edificio pubblico di un capoluogo di regione è stato risparmiato: Comune, Provincia, Regione, Sovrintendenze, sedi ministeriali, Enti, Teatro, uffici del Governo, sono tutti, tutti inagibili o irraggiungibili. E i lavoratori di quei luoghi affrontano una diaspora sul territorio regionale, o il lavoro in tenda e container da mesi, a turni spesso, come per gli operatori dell'Ospedale, magari partendo ogni giorno da luoghi che distano oltre cento chilometri di strade mai pensate per affrontare simili flussi di traffico.
Sono state inaugurate e consegnate le prime case senza che vi sia una reale idea di cosa possa essere l'economia del territorio colpito dal sisma. Queste non sono faccende che si possano mediaticamente raccontare, non hanno ascolto, non sono attraenti. Restano chiuse nelle parole timorose delle persone che viaggiano, o nei silenzi di chi, nelle tende, ha imparato che, per ogni cosa, ci vuole un'autorizzazione. E' quasi impossibile decrittare nella legislazione messa in piedi sull'emergenza una idea di sviluppo futuro. Non ne sono chiari i contorni e nemmeno le risorse disponibili, anzi, tutto è affidato ad autonome ed eventuali determinazioni del Governo, di concerto con l'Unione Europea. E' il re che concede. Non una comunità territoriale che sceglie e cui vengono messi a disposizione gli strumenti.
Quanto accade a l'Aquila, è bene che la politica nazionale lo comprenda, è il paradigma di una nuova forma di governo. Che agisce indisturbata al riparo dell'emergenza, vera. Che ha prodotto in questi mesi una pesante coltre anestetica sulle persone. Non vi è stata in questi mesi, una narrazione organizzata e comunicata, diversa da quella ufficiale. La voce della politica, e anche quella del Sindacato ha prodotto purtroppo solo flebili vagiti, che non sono in grado né di rovesciare i rapporti di forza, né di sottrarsi alla melassa del richiamo a responsabilità comuni, come se le risposte all'emergenza, o le idee di costruzione e ricostruzione fossero tutte eguali.
Persino quando le Imprese, a partire da grandi gruppi nazionali e multinazionali, impugnano l'arma del terremoto per procedere a ristrutturazioni e dismissioni ( Transcom, Compel, Technolabs etc. ), tutto rischia di annegare nell'impossibilità anche solo di immaginare un progetto di sviluppo e di inserimento de l'Aquila nella comunità nazionale. Il tutto nel quadro di una crisi economica che sul territorio, prima del terremoto, aveva già fatto ampiamente sentire il suo peso.
C'è qui, in realtà, un terreno enorme di iniziativa. Ma faticoso da dissodare. Perché si tratta della costruzione di un nuovo legame sociale, di una nuova identità del territorio e di nuovi rapporti con la Provincia e con la Regione, con il Paese e l'Europa. Perché si tratta di restituire voce a chi oggi è di fronte solo ai propri bisogni primari e materiali. E per farlo occorre l'umiltà dell'ascolto e la capacità di uscire da schematismi.
Tra le macerie de l'Aquila è rimasta anche una idea di politica divenuta indicibile tra i cittadini e i Lavoratori.
Occorre immergere fino in fondo le mani nel fango delle contraddizioni presenti e inventare un nuovo linguaggio capace di raccontare e dare una visione. Questo oggi è urgente, persino più che denunciare l'ennesima scena di un film di cui dobbiamo cambiare il regista.