
[14/10/2009] News
GROSSETO. Per il rischio idrogeologico anziché fondi si annunciano nuove strutture. Una stima di qualche anno fa (era il 2003) del ministero dell'ambiente quantificava in 43 miliardi di euro i fondi necessari per mettere in sicurezza i territori individuati a rischio frane e alluvioni. Dopo la tragedia di Messina ha parlato di 25 miliardi il sottosegretario Guido Bertolaso, mentre 35 ne indicava il ministro Altero Matteoli. Ieri nel preconsiglio il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ne ha chiesti 3 di miliardi come cifra minima per scongiurare altri eventi come quello siciliano e a copertura di uno schema di interventi per far fronte al rischio idrogeologico nell'intero paese, contenuti in decreto che presenterà oggi al Consiglio dei ministri. Ma neanche questa cifra minima - che risulta davvero risibile se si pensa che solo dal 1998 al 2007 la spesa per il ripristino delle aree colpite dai principali eventi alluvionali è stata di oltre 10 miliardi di euro -ha trovato l'immediata approvazione da parte del ministro dell'Economia che ha rinviato ad una riflessione per individuare le possibili ipotesi di copertura finanziaria.
Intanto si organizzerà la struttura. Il provvedimento che porterà il ministro al Consiglio di oggi, come anticipato dal Sole 24 ore, prevede la realizzazione di tre nuovi organismi che avranno rispettivamente compiti di coordinamento, attuazione e vigilanza. Il primo adempimento sarà poi quello di mettere assieme un piano nazionale strategico per individuare- in 60 giorni- le aree considerate più pericolose, cui dovrà lavorare una apposita commissione tecnica composta da rappresentanti del dicastero ambiente, della protezione civile e della conferenza stato regioni e che sarà coordinata da un'altra struttura tecnica cui faranno parte tutti i tecnici delle amministrazioni pubbliche coinvolte e professionisti del settore. Per l'attuazione delle misure che discenderanno da questo piano si potrà ricorrere a commissari straordinari, mentre per la vigilanza lo schema di decreto prevede una ulteriore commissione di garanzia presieduta da un magistrato.
Intanto quindi si prevede la realizzazione della sovrastruttura, poi si vedrà se potranno essere reperiti almeno i 3 miliardi considerati la cifra minima per la messa in sicurezza e poi si dovrà stabilire a chi andranno destinati in via prioritaria.
Insomma di fronte alle reali esigenze del paese il governo continua a mettere la testa sotto la sabbia e a sfornare la solita pletora di strutture e commissioni che difficilmente potranno censire una situazione diversa da quella già conosciuta.
Sembra assai difficile infatti credere, che la situazione della messa in sicurezza del territorio nazionale sia mutata rispetto allo schema già stilato dai comuni in seguito alla cosiddetta legge Soverato, così chiamata perché approvata dopo l'alluvione nel territorio calabrese.
Un quadro che già nel 2003- da fonte dello stesso ministero dell'Ambiente- indicava che la superficie nazionale interessata da rischi idrogeologici legati a frane e alluvioni è pari al 7,1% del totale, vale a dire 21.505 Kmq e che i comuni a rischio di alluvioni e frane sono ben 5.581, il 70% del totale.
Così come è difficile pensare che gli interventi prioritari di messa in sicurezza siano tanto diversi da quelli individuati e approvati nei piani delle autorità di bacino, ma che ancora in maggior parte attendono finanziamenti.
Il problema è che la coperta è sempre stata troppo corta, e addirittura negli ultimi anni è stata letteralmente ridotta ai minimi termini, da un governo che continua a privilegiare le grandi opere e a stralciare quelle medio-piccole, che si prestano più ad un disegno di manutenzione di cui il territorio ha un estremo bisogno.
Lo riferisce ancora una volta l'Ance, che con il suo presidente Paolo Buzzetti sarà oggi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato per una audizione sulla Finanziaria. Sui quattro programmi per le opere medio piccole approvati dal Cipe e a cui sono stati destinati 2433 milioni di euro «si stanno accumulando ritardi attuativi che rischiano di limitare gli effetti anticiclici per il settore» dice Buzzetti, preoccupato per la tenuta del comparto che rappresenta. Ma che rischiano anche di ritardare gli effetti positivi che potrebbero rappresentare proprio nel senso della manutenzione, dato che il grosso di queste risorse (1000 milioni di euro) sono destinate ad esempio all'edilizia scolastica, che secondo i dati di Ecosistema scuola, l'indagine sulla qualità degli edifici e dei servizi scolastici italiani che Legambiente svolge annualmente, avrebbe urgente bisogno di ristrutturazioni visto che circa il 50% degli istituti risale a prima del 1974 e che per il 38% ha necessità di manutenzione straordinaria urgente.