
[12/11/2009] News
LIVORNO. Il presidente americano Barack Obama sta per arrivare in Asia per un tour de force diplomatico che inizierà a Tokyo e terminerà a Seoul, passando per le tappe cruciali di Pechino, Shanghai e Singapore, dove parteciperà al summit del Forum di cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec) ed incontrerà i dirigenti dei 19 Stati dell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean).
Obama va quindi nella tana dei leoni e dei dragoni che sono diventati i veri concorrenti degli Usa e non a caso il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs,ha annunciato il viaggio dicendo che Obama si recherà in Asia «Per rafforzare la nostra cooperazione con questa parte importante del mondo su una serie di questioni di interesse comune». La Cina ha fatto subito capire che tra queste non possono esserci il Tibet ed i diritti umani, ma ci sarà la lotta al cambiamento climatico e l'accordo da ricercare a Copenhagen.
La spasmodica e preoccupata attenzione che gli americani riservano ormai all'area dell'Asia-Pacifico è attestata dalla partecipazione del segretario di Stato Hillary Clinton, di quello al tesoro Timothy Geithner e al commercio Gary Locke al summit dell'Opec, dove Bush l'ultima volta aveva spedito la sola Condoleezza Rice. L'Apec discute di temi delicatissimi per gli americani: ripresa economica mondiale, lotta al protezionismo, integrazione delle economie regionali e crescita economica.
Gli esperti fanno notare che gli interessi Usa si stanno spostando dal Medio Oriente all'Asia Orientale, non a caso l'agenzia ufficiale cinese Xinhua riporta con grande rilievo quanto dice Andy Johnson, del tink-tank statunitense "Third Way" che dirige il National Security Program: «Oni tappa della visita ha un'importanza strategica per gli Usa. C'è un'interazione crescente tra Usa e Cina, mentre il Giappone e la Corea del sud sono alleati regionali che ospitano delle forze (armate) americane, questa tournée permetterà di rafforzare le relazioni già esistenti. La regione è una delle più attive del mondo in materia commerciale. L'Apec rappresenta un gruppo importante di Paesi emergenti e gli Usa intendono riaffermare I loro interessi economici condivisi con questi Paesi».
Obama sa che la ripresa economica è già partita in Cina e che dovrà collaborare con questo pezzo di Asia se vuole risolvere le questioni nucleari iraniana e nordcoreana e per cercare di combattere davvero il cambiamento climatico.
Non a caso fonti cinesi affermano che «L'Asia è ormai più importante dell'Europa per gi li Stati Uniti. Il commercio euro-americano rappresenta solo la metà di quello realizzato con l'Asia e, con l'emergere della Cina, l'Asia è attualmente sempre di più essenziale per gli interessi geopolitici degli Usa».
Obama sarà in Cina dal 15 al 18 novembre e l'ambasciatore Usa a Pechino, Jon Huntsman, ha spiegato in una conferenza stampa che il presidente statunitense «discuterà con i dirigenti cinesi a proposito di questioni politiche e diplomatiche quali l'economia internazionale, il libero scambio, la sicurezza regionale, l'energia pulita e il cambiamento climatico», la visita permetterà di «proseguire, far progredire e consolidare le relazioni bilaterali più importanti del mondo».
Dopo l'intervento al summit dell'Apec a Singapore, domenica Obama sarà a Shanghai insieme alla Clinton, a Locke, a Kirk ed al suo segretario per l'energia Steven Chu, che probabilmente si porterà dietro il ticchettante orologio che segna il tempo che scorre velocemente verso Copenhagen. In Cina Chu ed Obama dovranno capire anche cosa dire a al primo ministro dell'India, Manmohan Singh, che la settimana dopo sarà a Washington.
Le due nazioni più popolate del mondo, le potenze emergenti dell'affollato pianeta che ci aspetta, devono trovare un accordo con quella che è ancora la più grande economia del globo (e la potenza militare egemone) se a Copenhagen vogliono salvare la faccia e le speranze del mondo. Ieri è arrivato l'ennesimo appello del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e il cancelliere tedesco Angela Merkel è andata direttamente a dire ai parlamentari Usa che è pronta a boicottare Copenaghen se le tre grandi potenze del pianeta non faranno qualche passo avanti rispetto alle loro rigide posizioni: «Un fallimento della conferenza mondiale sul clima a Copenhagen di dicembre porterebbe l'insieme delle iniziative ambientali internazionali indietro di anni. Non possiamo permetterci questo».
Obama ha cambiato la (inesistente) politica climatica di Bush, ma è rimasto fedele alla vecchia alleanza europei, giapponesi, australiani e canadesi che chiedono ad India e Cina di tagliare drasticamente le loro emissioni. «Nessun paese detiene il destino della Terra nelle sue mani più della Cina» ha detto recentemente al Congresso Usa Todd Stern, il capo dei negoziatori climatici americani.
Da Singapore Hillary Clinton manda a dire che un compromesso è ancora possibile: «Se tutti noi faremo il massimo sforzo e uniremo la giusta miscela di pragmatismo e di principi, credo che saremo in grado di garantire un forte risultato a Copenaghen».
Cina e India più che al pragmatismo americano guardano ai fatti ed alla storia: i Paesi ricchi hanno la responsabilità storica del il cambiamento climatico e non possono scaricarla con obblighi sui poveri, e se è vero che la Cina è ormai il primo inquinatore del pianeta e l'India il quarto, tutte e due hanno una produzione pro-capite di gas serra ridicola rispetto ai Paesi industrializzati: un indiano in media emette gas serra 17 volte meno di uno statunitense.
La soluzione, che probabilmente farà irruzione nei colloqui asiatici di Obama, è quella di trasformare il cambiamento climatico da ostacolo a catalizzatore della crescita. Uno studio dell'Asia Society e del Center for American Progress propone che Cina ed Usa lavorino insieme per sviluppare tecnologie di carbon capture, assicurando che così si creerebbero numerosi posti di lavoro verdi nel controllo delle emissioni di CO2, necessario per ogni serio sforzo globale per fermare il cambiamento climatico.
Orville Schell, direttore dell'Asia Society's Center on US-China relations, spiega all'Afp: «Credo che siamo ad un punto critico, sia per la ricerca di soluzioni al cambiamento climatico che per le politiche sino-americane. Siamo in un momento in cui ci potrebbe essere un drammatico cambiamento nel modo in cui i due Paesi si riferiscono l'uno all'altro e credo che l'agente catalizzatore più probabile in un tale rapporto sia se siamo in grado di collaborare per contrastare il cambiamento climatico».