
[24/11/2009] News
ROMA. Tra quelle meno a rischio sembrano esserci le specie appartenenti alle gymnospermae, un gruppo di piante, caratterizzate dal fatto che producono semi non protetti da un ovario, a noi molto familiare perché composto da pini e abeti, cipressi e ginepri. I botanici dell'Unione Internazionale per la conservazione della natura (Iucn) hanno classificato e seguito, in tutto il mondo, 1.021 specie di gymnospermae.
Ebbene, secondo gli scienziati dell'IUCN, che all'inizio del mese di novembre hanno pubblicato la nuova Lista Rossa delle specie a rischio, oltre 325 piante del gruppo delle Gymnospermae da loro classificate e seguite, il 32% del totale, potrebbe estinguersi.
Ma le gymnospermae sono tra i gruppi meno minacciati: perché il 70% delle specie di piante classificate e seguite in tutto il mondo dall'IUCN è a rischio di estinzione.
Anche fra gli animali il pericolo è alto: il 21% delle 5.490 specie di mammiferi classificate dall'IUCN, il 12% delle 9.998 specie note di uccelli, il 28% delle 1.667 specie di rettili e addirittura il 29% delle 6.433 specie di anfibi è a rischio di estinzione. Non si tratta di un rischio teorico. Negli ultimi anni l'IUCN ha notificato l'estinzione tra quelle classificate e seguite di 79 specie di mammiferi; di 22 specie di rettili; di 39 specie di anfibi.
Non c'è alcun dubbio, commenta la rivista settimanale Nature nello speciale pubblicato la scorsa settimana, i 193 paesi che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica non sono riusciti a raggiungere l'obiettivo che si erano prefissati nel 2002, a dieci anni dall'elaborazione di quella legge quadro internazionale: ottenere entro il 2010 «una significativa riduzione dell'attuale tasso di erosione della biodiversità a livello globale, regionale e nazionale».
Eppure la biodiversità è un "capitale della natura" di valore inestimabile, forse il maggiore in assoluto. Più della stabilità del clima. Più della stabilità del ciclo dell'acqua.
Perché, dunque, il fallimento? I motivi sono diversi. Le cause prossime del fallimento riguardano l'incapacità di controllare l'uso del suolo, il continuo attacco agli habitat, l'inquinamento, lo stesso cambiamento del clima, l'aumento dei flussi di specie aliene da un ecosistema all'altro. Ma una causa più generale riguarda, forse, la disattenzione dell'opinione pubblica e, quindi, degli stessi governi. L'erosione della biodiversità non fa notizia. E l'opinione pubblica non esercita né a livello globale, né a livello regionale e neppure a livello nazionale abbastanza pressione sui governi.
Eppure azioni concrete sarebbero state possibili. Persino nelle aree dove la biodiversità ha subito, di recente, gli attacchi più devastanti. Ne è un esempio il Brasile, che nel 2002 ha preso sul serio l'obiettivo che si sono date le Nazioni Unite. Il governo ha aumentato del 25% le aree protette, e il tasso di deforestazione in Amazzonia (il polmone del mondo) e non solo in Amazzonia è diminuito del 60%.
Le Nazioni Unite hanno eletto il 2010 ad anno della biodiversità. Il prossimo mese di ottobre si svolgerà a Nagoya, in Giappone, un'importante "conferenza delle parti" che hanno sottoscritto la Convenzione sulla Diversità Biologica. La conferenza dovrà rilanciare una politica attiva per preservare la biodiversità. Occorrerà, certo, darsi nuovi obiettivi vincolati a medio (per il 2020) e lungo termino (per il 2050). Ma in questi 11 mesi occorrerà soprattutto rompere il muro dell'indifferenza. Occorrerà mobilitare l'opinione pubblica mondiale perché si avveda che sta perdendo il "capitale della natura" più prezioso che ha: la diversità biologica.