[26/11/2009] News

Obama goes to Copenhagen. Ban ki-moon vede rosa, gli ambientalisti Usa si dividono

LIVORNO. Il presidente Usa Barack Obama ieri in occasione della festa del Thanksgiving ha graziato un tacchino che avrebbero dovuto finire nel forno della cucina della Casa bianca, ma probabilmente ha graziato soprattutto il vertice mondiale sul clima di Copenhagen annunciando la sua partecipazione al summit finale dei Capi di Stato e di governo.

Probabilmente ora anche gli altri riottosi leader mondiali lo seguiranno a Copenhagen, aggiungendosi alla settantina che avevano già assicurato la loro partecipazione.

Obama ha approfittato del giorno del Ringraziamento per dedicarsi alla tradizione americana insieme alle due figlie Malia e Sasha, per la tradizionale grazia ai tacchini che i presidenti Usa danno dai tempi di Harry Truman. Ma se ai volatili spetta una pensione agiata a Disneyland California, ai soldati americani il Thanksgiving ha "regalato" un viaggio in Afghanistan a puntellare una strategia geopolitica fallimentare fatta di guerre e interventi militari che George W.Bush ha lasciato sulle spalle del neo Premio Nobel per la Pace.

La scelta di andare a Copenhagen serve probabilmente a bilanciare questa immagine interventista e a far vedere che la "nuova" America obamiana sa assumersi anche responsabilità planetarie diverse da quelle del poliziotto globale.

Obama sarà a Copenhague il 9 dicembre, poi andrà ad Oslo a ritirare il Premio Nobel il 10 dicembre, non parteciperà quindi alla sessione finale ma la sua presenza al summit climatico segnala la necessità di trovare un reale accordo politico, altrimenti Obama avrebbe potuto (con qualche imbarazzo) saltare la Danimarca ed andare direttamente dall'altra parte del Canale dello Skagerrak a ritirare l'inaspettato premio nella capitale norvegese.

Non è un caso se Washington ha accompagnato l'atteso annuncio della presenza di Obama con la dichiarazione ufficiale dei suoi obiettivi di riduzione dei gas serra che proporrà a Copenhagen: il 17% entro il 2020, il 30% entro il 2025 e il 42% al 2030.

Obiettivi provvisori che sono conformi a quelli fino ad oggi discussi e approvati, anche se non definitivamente, dalle due camere del Parlamento Usa, anche se una versione della proposta di legge in discussione al Senato parla de i un meno 20% entro il 2020.

Comunque il portavoce della Casa Bianca ha detto che «Il presidente lavora strettamente con il Congresso per far adottare la legislazione sull'energia e il clima il più presto possibile», poi ha chiesto a nome di Obama ai Pesi del mondo «di fare ciò che occorre per produrre o un accordo solido ed operativo a Copenhagen».

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, si è subito felicitato per la decisione di Obama: «Mentre sempre più Capi di Stato e di governo confermano la loro presenza, si costruisce una dinamica per arrivare ad una conclusione positiva durante questo cruciale incontro mondiale - si legge in una sua dichiarazione - A Copenhagen, un accordo può e deve essere concluso per orientare il mondo in una nuova direzione che garantirà un pianeta sano, un'economia solida e sostenibile ed un avvenire migliore per tutti».

Domani Ban sarà a Trinidad e Tobago per una riunione dei capi di governo del Commonwealth ai quail chiederà di partecipare in massa al summit danese di dicembre ed ha detto che ricorderà loro che «Il mondo non può permettersi di fallire Copenhagen a causa del costo troppo elevato di un tale fallimento da un punto di vista umano, economico e politico»

Il segretari generale dell'Unfccc, Yvo de Boer ha detto ai giornalisti a Bonn che la possibilità di una mancata partecipazione di Obama a Copenhagen è stata un elemento critico: «Il mondo è stato molto guardare gli Stati Uniti perché si facessero avanti con un obiettivo di riduzione delle emissioni e contribuissero al sostegno finanziario necessario per aiutare i Paesi in via di sviluppo».

Tira un sospirone di sollievo anche il primo ministro danese Lars Løkke Rasmussen: «La visita del presidente sottolinea il desiderio di contribuire ad un ambizioso accordo globale a Copenaghen».
L'ala "dura" degli ambientalisti sottolinea che Barack Obama in realtà non ha intenzione di partecipare alla conferenza di alto livello, in particolare agli ultimi due giorni del vertice di Copenhagen che riunirà i capi di Stato e di governo e Kyle Ash, climate policy adviser di Greenpeace Usa ha detto all'Afp che «Il summit climatico di Copenhagen non è una photo opportunity. Si tratta di un accordo globale per fermare il caos climatico. Bisogna che il presidente Obama sia lì, nello stesso periodo, come tutti gli altri leader mondiali. Questo è quanto è necessario per ottenere un buon accordo. E' la città giusta, ma la data sbagliata. Sembra che sia il solo a non prendere sul serio il problema».

Ma altri ambientalisti sottolineano che la presenza di Obama evidenzia una completa rottura con la politica climatica dell'amministrazione repubblicana di Bush che non ha ratificato il Protocollo di Kyoto e per 8 anni ha sabotato ogni accordo sulla riduzione dei gas serra. «E' un chiaro segnale al mondo che siamo seri ... che ci stiamo impegnando su questo problema» risponde indirettamente a Greenpeace Jake Schmidt, il climate director del Natural Resources Defense Council.

Le reazioni ovviamente non sono mancate neppure in Italia: «Tante Cassandre negli ultimi tempi avevano preannunciato il fallimento per la conferenza sul clima di Copenhagen, e altrettante hanno parlato di una conferenza nata morta» hanno dichiarato i senatori del Partito democratico Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

«A questo punto – continuano gli esponenti Ecodem - per forza di cose, anche i più forti detrattori di un accordo per la  riduzione delle emissioni di  gas serra come Berlusconi saranno a Copenhagen. Avevamo auspicato nei giorni scorsi che Copenhagen fosse tra i primi, simbolici viaggi all’estero di Bersani: l’appuntamento è ora ineludibile perché l'ambiente è un tema di prima fila nel discorso pubblico di tutte le grandi forze riformiste, che si chiamino socialiste, democratiche, liberali o verdi. L’impegno ambizioso di Obama è anche la miglior risposta a chi, come il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, continua a utilizzare la presunta timidezza americana sulla riduzione delle emissioni di CO2 come pretesto per giustificare un eventuale fallimento.

Ora nessuno può più nascondersi, tantomeno il Partito democratico che deve intestarsi con più convinzione la questione ambientale, vero fianco scoperto presso la pubblica opinione, che guarda a Copenhagen con più fiducia e certezza di quanta ne abbiano dimostrata fin qui i rappresentanti di una forza che si proclama progressista e riformatrice» concludono Ferrante e Della Seta.

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