[27/07/2009] News

Psicologia delle comunicazioni di massa di Anthony R.Pratkanis e Eliot Arson

Fin dall'inizio dell'evoluzione, gli esseri viventi hanno avuto la necessità di comunicare fra loro, tanto che l'esigenza del linguaggio è stata una delle questioni centrali per la sopravvivenza della specie. Un'esigenza riconducibile alla necessità di soddisfare vari bisogni: in primo luogo quelli primari, cioè fisiologici (la fame, la sete, il freddo) e poi, una volta consolidati, i bisogni sociali, cioè di appartenenza (essere accettati da un gruppo), e i bisogni dell'Io, ovvero lo status, il potere (considerazione e riconoscimento da parte degli altri).

Bisogni che nella società moderna e contemporanea sono molto spesso soddisfatti attraverso il possesso di un titolo, di denaro, di merce, di bellezza fisica, dell'importanza sociale, dell'autorevolezza. E quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata, è iniziata la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinate. In altre parole, è iniziata l'era della persuasione, ora evolutasi nell'era della propaganda, prima di tutto perché l'obiettivo della propaganda "è sempre meno di informare e illuminare e sempre più quello di trascinare le masse verso una posizione o un punto di vista desiderato".

Sono di questa opinione Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson - docenti di Psicologia nell'Università della California a Santa Cruz - autori del libro "Psicologia della comunicazione di massa", il volume che esamina i processi psicologici nei fenomeni di persuasione e propaganda soprattutto nella pubblicità, nell'informazione e in politica. Uno degli obiettivi di questo libro è quello di "mettere a disposizione" le conoscenze e gli studi degli psicologi sociali sulle tecniche della persuasione nella speranza  che "analizzando le vie della persuasione, si possa riuscire a comprendere meglio il mondo della propaganda e affrontarlo preparati, e quindi adeguatamente".

Del resto noi viviamo in un ambiente denso di messaggi, messaggi brevi e spesso di carattere visivo (ad esempio spot e cartelloni pubblicitari e pure elettorali) elaborati per catturare l'attenzione nella società sovraffollata (per vendere la merce o per aumentare i consensi). Pochi cittadini hanno il tempo, l'opportunità, o la capacità di elaborare criticamente l'enorme mole di informazioni che ricevono. E le "notizie" veicolate dai mass media sono considerate non tanto per il loro valore informativo, quanto per il loro valore di intrattenimento.

Tutto ciò alimenta nei comunicatori la "tentazione di manipolare credenze e opinioni non attraverso la ragione, ma mediante appelli alle emozioni e a rozze forme di pensiero". I comunicatori sembrano sempre più affidarsi a strumenti di persuasioni fondati su stimoli semplici e sulle emozioni piuttosto che su un discorso ricco di contenuti di pensiero, su associazioni insignificanti piuttosto che su analisi razionali.. E man mano che aumenta il numero di propagandisti che ricorrono a una forma semplicistica di persuasione cresce "la spinta concorrenza a impiegare strumenti di persuasione sempre più superficiali".

La conseguenza è che, con la semplificazione degli strumenti di persuasione i cittadini sono sempre meno informati e meno consapevoli in merito alle questioni civiche, ambientali e sociali. Il comunicatore (ma anche il sistema in cui viviamo) si sforza di farci credere che il consumo è un fatto banale che riguarda solo noi, i nostri gusti, le nostre voglie, il nostro portafoglio. Un fatto privato da affrontare badando solo al prezzo e alla qualità del prodotto che acquistiamo in qualsiasi punto vendita. Ma non è così. Perché ogni prodotto ha una sua storia ambientale e sociale. Basti pensare all'impatto sulle risorse, sull'energia, alle ripercussioni sociali legate ai prezzi, alle condizioni di lavoro, alle problematiche legate ai rifiuti (a partire dalla estrazione di materia prima, per passare a quelli della fase produttiva, fino a quelli generati nelle nostre case).

Ogni prodotto prima o poi diventa rifiuto e come tale va gestito adeguatamente e coerentemente alle normative. Ma pensare - come molto spesso si legge sui giornali o si ascolta nei dibattiti pubblici e politici - che il problema della gestione dei rifiuti si risolva esclusivamente con la raccolta differenziata e magari con un "porta porta spinto" non è corretto. Perché i rifiuti (quelli urbani) spariscono alla vista ma in realtà rimangono, in viaggio (si spera) verso impianti per il recupero di materia e di energia.

Così come non è corretto scrivere che "Con il «porta porta» già oggi riutilizziamo con un circolo virtuoso il 70% dello smaltito" (Un sindaco toscano al Sole 24 Ore Centro Nord del 23 luglio 2009). Perché riutilizzo e smaltimento sono due operazioni ben distinte della gestione dei rifiuti (intesa dalla normativa come "la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento, compreso il controllo di queste operazioni, nonché il controllo delle discariche dopo la chiusura"), l'una precedente all'altra nella gerarchia della gestione dei rifiuti (prevenzione, recupero di materia, recupero di energia e infine smaltimento in discarica come ultima ratio). 

Dunque assistiamo a una informazione soprattutto sui temi ambientali imprecisa e approssimativa. Oppure, sempre sulle tematiche ambientali, le informazioni vengono affidate a personaggi altamente qualificati ad esprimersi con competenza su alcuni temi, ma assai poco ‘attrezzati' a farlo su altri. Confondendo spesso il fatto che di per sé la posizione di opinion leader, possa essere utile per trasmettere messaggi corretti anche su temi in cui gli stessi personaggi che incarnano questo ruolo non sono affatto ferrati.

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