
[22/03/2010] News
LIVORNO. Al summit mondiale dell'Unfccc sul clima del dicembre 2009 i Paesi africani riuscirono a bloccare tutto per qualche ora con una protesta clamorosa ed alla fine accettarono con molti distinguo e mugugni l'accordo trovato tra Usa e Basic (Crasile, Sudafrica, India e Cina), tanto che i cinesi hanno dovuto avviare una laboriosa (e probabilmente costosa in termini di concessioni economiche) politica di convincimento dei Paesi africani, ad iniziare dal regime del Sudan che a Copenhagen capeggiava il G77, il gruppo dei Paesi in via di sviluppo. L'operazione di convincimento sembra essere in parte riuscita, almeno a sentire quel che ha detto il primo ministro dell'Etiopia Meles Zenawi (Nella foto) secondo il quale «L'accordo di Copenhagen favorisce l'Africa, nonostante i problemi che potranno fare la loro comparsa nell'applicazione dell'accordo».
In un discorso davanti al Parlamento federale di Addis Abeba Zenawi ha spiegato che «Gli africani hanno ottenuto una vittoria importante nel corso del summit di Copenhagen. Ci siamo sforzati di firmare un accordo che è molto meglio di quel che ci aspettavamo. Però, potremmo avere alcuni problemi nella sua applicazione, che richiede ai Paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra nel quadro della lotta contro il cambiamento climatico». Il premier etiope, alle prese con una opposizione interna che ha rialzato la testa e con crescenti tensioni etniche represse senza tanti complimenti, non poteva certo ammettere il flop di Copenhagen, visto che è stato proprio lui a guidare la delegazione africana che ha negoziato nella capitale danese, infatti ha sottolineato «Gli importanti sforzi che ho condotto per proteggere gli interessi degli africani», poi ha spiegato che «E' per questo che il recente summit dell'Unione africana ha deciso di inviare lo stesso team per rappresentare l'Africa nella prossima fase dei negoziati che avranno luogo in Messico e in Sudafrica nei prossimi due anni». Il capo del regime etiopico da quindi per scontato anche lui che alla Cop 16 del Massico non si otterrà nessun accordo vincolante, ma sarà solo una tappa per arrivare al 2011, intanto però si allinea all'accordo Usa-Basic e dice ai suoi parlamentari: «Il successo dell'Accordo di Copenhagen dipende dagli sforzi e dalla volontà di tutti i Paesi del mondo di rispettare l'accordo».
Dall'altra parte del continente, i ministri dell'ambiente della Comunità economica dell'Africa occidentale (Cedao) riuniti nella capitale del Ghana, Accra, hanno invece più concretamente adottato un progetto di programma di azione regionale per la riduzione della vulnerabilità dell'Africa occidentale di fronte al cambiamento climatico. La ministro dell'ambiente del Ghana, Sherry Ayittey, ha detto che il suo Paese «E' un fattore netto di eliminazione dei gas serra, non ha quindi contribuito al problema del cambiamento climatico, ma è estremamente vulnerabile ai suoi effetti nefasti». Ma a differenza dell'etiopico Zenawi la Ayittey è convinta che «il summit di Copenhagen non ha prodotto i risultati giusti ed equi attesi. Però, noi continueremo ad esortare le Parti dell'Annex I (i Paesi industrializzati, ndr), a ridurre le loro emissioni di almeno il 40% entro il 2020,in rapporto ai livelli registrati nel 1990, e di almeno il 95% entro il 2050».
La prima parte del documento, preparato da un gruppo di esperti della Cedao, del Comité permanent interétatique de lutte contre la sécheresse dans le Sahel (Cilss), della Commission économique pour l'Afrique (Cea) e del Centre africain pour les applications de la météorologie au développement (Acmad), è composto da due parti adattabili ai possibili scenari del cambiamento climatico e prende in esame le vulnerabilità dei Paesi del Cedao e del Ciad rispetto al global warming e le strategie di risposta. Il documento riassume anche le iniziative di adattamento già prese nella regione e valuta gli ostacoli che impediscono di dispiegare tutte le possibilità e le capacità nei vari Stati. La seconda parte riguarda il progetto e le politiche generali, gli obiettivi e gli approcci strategici per i diversi campi ed attività di intervento. Inoltre, i ministri hanno analizzato anche i meccanismi di controllo e valutazione. Il programma, punta alla realizzazione di un'Africa occidentale «dove il cambiamento climatico non costituirà più una grave minaccia per lo sviluppo, dove sarà attuata una preparazione adeguata per permettere alle Parti interessate di ridurre gli effetti indotti o potenzialmente nefasti del cambiamento climatico e trarre un vantaggio da alcune disposizioni esistenti a questo riguardo. Gestione, sviluppo e messa in opera delle attività del Programma di azione si basano su 3 principi: buon governo e sviluppo sostenibile delle risorse m naturali; coordinamento e sviluppo delle sinergie attraverso dei piani per vigilare sulla messa in opera, in armonia con i programmi e le prospettive di altri accordi multilaterali sull'ambiente; approccio partecipativo a tutti i livelli, compresa la partecipazione dei diversi perone per lo sviluppo, in particolare le donne, i giovani, i gruppi marginalizzati, le categorie economiche e gli artigiani.
Lo scenario più ottimista del documento prevede che entro il 2030, tutti gli Stati della Cedao avranno le risorse umane, tecniche e finanziarie necessarie per proteggere le comunità umane dalle conseguenze del global warming. Il commissario Cedao all'agricoltura, Ousseini Salifou, ha spiegato che «La riunione di validazione di metà percorso, tenutasi nel marzo 2009, ha permesso alla Commissione della Cedao di valutare il livello della sfida posta dal cambiamento climatico e le attività da intraprendere per far fronte a questo fenomeno», secondo lui il summit di Copenhagen ha ottenuto «Risultati ridotti. Tutti esitano a prendere delle decisioni sul finanziamento delle attività della Convenzione (Unfccc). L'Africa deve restare unita durante i prossimi negoziati. La Cedao è determinata a difendere le decisioni dell'Africa. Esorto la regione a tenersi pronta a seguire il processo negoziale ed a dotarsi di uno strumento coerente sul quale la comunità internazionale potrà basarsi per apportare il suo sostegno alla regione». Si tratta proprio del Piano di azione che secondo Ousseini «E' il pilastro e l'elemento indispensabile in materia di adattamento e più tardi in materia di riduzione della vulnerabilità, per la quale prevediamo la preparazione di un sotto-programma destinato a completare la strategia regionale sul cambiamento climatico».