
[29/03/2010] News
"L'Arcobaleno della vita, la scienza di fronte alla bellezza dell'universo", non è forse il libro più bello del grande etologo, biologo e divulgatore scientifico inglese Richard Dawkins, ma è quello nel quale fissa un momento di spiegazione e collegamento tra le opere scritte in precedenza (Il gene egoista, L'orologiaio cieco, Il Fiume della Vita, Alla conquista del monte improbabile) e che dà il segno a quelle successive improntate ad un fiero ateismo, contrapposto alle" superstizioni" religiose e ad una puntigliosa e formidabile difesa del'evoluzione dal creazionismo e del darwinismo dal cosiddetto "disegno intelligente" che Dawkins ha successivamente sviluppato (Il cappellano del Diavolo, Il racconto dell'antenato. La grande storia dell'evoluzione, L'illusione di Dio), fino al recentissimo "Il più grande spettacolo della Terra. Perché Darwin aveva ragione".
Il libro è anche una dimostrazione della rapidissima evoluzione delle nostre conoscenze scientifiche e di quanto temi prima "astrusi" come la genetica siano diventati "popolari" e quante nuove scoperte siano state fatte dopo che Dawkins lo scrisse alla fine degli anni '90, soprattutto per confutare l'accusa o più feroce che la religione e la "letteratura" del fantastico e dei "sentimenti" fanno alla scienza: quella di inaridire la bellezza del mondo in una forma matematica, la biologia e l'amore in processi chimici e biologici, di voler spiegare ad ogni costo i misteri dell'universo che invece dovrebbero rimanere nella testa di un Dio geloso e interpretabile attraverso i riti, le religioni, la paura della morte e delle punizioni per la trasgressione di regole che secondo Dawkins niente hanno a che vedere con la caotica, feroce, stupefacente bellezza dell'Universo e con il brulicare della vita che l'evoluzione ha regalato a questo nostro minuscolo Pianeta e che l'uomo, temporaneamente al vertice di questo processo, non rispetta credendosene padrone per procura.
Dawkins parte da lontano, da Keats che si lamentava del fatto che gli esperimenti di Newton con prismi avevano distrutto tutta la poesia fatata dell'arcobaleno perché ne avevano spiegato le origini fisiche. Secondo lo scienziato inglese non è così, anzi, le "due culture" della scienza e della poesia devono imparare a stare insieme, perché niente è più bello e stupefacente dello svelare i meccanismi del mondo e nessuna scoperta scientifica leva nulla alla incredibile catena della complessità che tiene insieme tutte le creature viventi. E' a questa complessità, a questo caos generatore che Dawkins dedica il suo omaggio e la sua appassionata difesa contro una religione che vorrebbe schiacciare la scienza entro confini dettati da credenze che derivano da tempi e durante i quali le attuali conoscenze scientifiche del genere umano sarebbero potute apparire solo come follie blasfeme.
Ma Dawkins non se la prende solo con la religione e i poeti del bel mondo che fu, dell'innocenza violata dalla scienza che ha spiegato che l'uomo fa parte del tutto e che il tutto è molto più lungo e complicato delle sbrigative genesi divine dei libri sacri, ma mette in guardia contro la "bad poetic science," contro le seducenti ma fuorvianti metafore, e cita come esempio "'Gaia': la teoria di James Lovelock e Lynn Margulis che secondo lui è una sopravvalutata e romantica spiegazione "parareligiosa" per farci credere che il mondo sia un unico organismo vivente. Dawkins continuando una celebre polemica che ha imperversato sulle pagine della New York Review of Books confuta come "cattiva poesia" anche la teoria del "punctuated equilibrium" del celeberrimo paleontologo Stephen Jay Gould, che sostiene che le nuove specie emergono durante "fiammate" relativamente brevi, salti puntiformi dell'avanzamento evolutivo.
Anche nell'Arcobaleno della vita Dawkins è come sempre, un discorsivo, elegante e spiritoso divulgatore, che ci immerge in un corso accelerato sul Dna ed il suo nuovo uso nelle indagini giudiziarie, che spiega le origini della "mucca pazza" e gli "strani" comportamenti di proteine e virus, che si bea del suono e dell'afrodisiaco canto degli uccelli, che ci racconta il meraviglioso dipanarsi, distendersi, colorarsi, strisciare, volare e correre dell'esplosione (o meglio delle esplosioni) della vita sul pianeta.
Dawkins è stato criticato per questo libro ed accusato di oltrepassare la linea delle sue competenze di scienziato, soprattutto perché non lascia spazio e scampo alla ricerca sul paranormale, agli Ufo, all'astrologia ed ai fenomeni psichici, che respinge puntigliosamente (e con esempi che rivelano "trucchi" e superstizioni) come prodotti della frode, dell'illusione, di un'osservazione sciatta della complessità che sfrutta e sottomette la naturale voglia di meraviglioso della specie umana. Eppure è lo stesso Dawkins a teorizzare che il nostro cervello ha preso in parte dal Dna il ruolo di "registratore dell'ambiente" che dà come risultato "mondi virtuali" che modificano il paesaggio nel quale i nostri geni vengono sottoposti alla selezione naturale.
La verità di Dawkins è che la scienza vive di dubbio e il dubbio di curiosità e meraviglia che sono il cibo della mente dell'uomo e la spinta della sua ricerca in un modo e in un universo in continua mutazione. Cercare di "imprigionare" tutto questo in dogmi, prescrizioni e divieti è vano, perché, «Di tutti gli animali, siamo gli unici a prevedere la nostra fine. Siamo anche gli unici a poter dire prima di morire: ora capisco perché valeva la pena vivere» e che, come scrive chiudendo il libro, «Se un Keats e un Newton si ascoltassero a vicenda, credo sentirebbero le galassie cantare».