
[29/03/2010] News toscana
FIRENZE. Con l'arrivo della primavera siamo entrati nel periodo delle potature degli alberi lungo i viali di tutte le nostre città. E' un scotto che le piante sono costrette a subire e che annualmente si consuma sempre con maggior accanimento, sull'onda di false credenze popolari che fanno da scudo, quando addirittura non alimentano, una gestione del verde pubblico a dir poco vergognosa. E tutto questo ci costa non solo un bel po' di soldi ma anche molti disagi quando, ad esempio, le operazioni di potatura creano ingorghi del traffico.
Il verde urbano dovrebbe assolvere a molteplici funzionalità: gli alberi in città hanno prima di tutto una funzione estetica, perché arricchiscono il paesaggio urbano di forme e colori che mutano nel tempo, contribuendo a creare spazi in cui il cittadino ritrova parte di quegli elementi naturali di cui sente il richiamo come se fosse un bisogno ancestrale. Ma offrono anche molto altro: contribuiscono in modo determinante a ridurre la calura estiva, riducono l'inquinamento acustico, producono ossigeno e assorbono la CO2.
Gli alberi in città migliorano la qualità della vita non solo per l'uomo ma anche per molte specie animali selvatiche che possono trovare microhabitat altrove rarefatti.
Le potature degli alberi nelle nostre città rispondono alla richiesta di maggiore sicurezza da parte di chi teme che la caduta dei rami possa arrecare un grave pericolo per l'incolumità delle persone o per quella dei mezzi. In realtà pochi sanno che una pianta che ha subito una potatura, specie se drastica, aumenta di molto i rischi futuri legati alla sua stabilità perché i nuovi rami che ricrescono direttamente dal callo cicatriziale possono non innestarsi perfettamente sulle fibre del tronco mantenendo per anni una scarsa flessibilità e una facile tendenza al distacco.
Inoltre le potature, lasciando scoperte le superfici di taglio, causano un stress idrico che può indebolire la pianta. Molto spesso le ferite rappresentano una via di ingresso per patogeni dannosi come funghi e batteri, che costituiscono la causa principale di deperimento delle piante in città. E' stato osservato come la motosega, usata durante le potature dei platani affetti da cancro colorato, sia il principale vettore di trasmissione della malattia su piante ancora sane.
La potatura ha poi un effetto devastante dal punto di vista estetico. Nel migliore dei casi riduce la pianta a uno scheletro da cui fuoriescono piccoli moncherini. Nei casi peggiori si arriva addirittura alla capitozzatura completa del tronco che viene così ridotto ad una semplice colonna. Successivamente, con l'inizio della stagione vegetativa, questi esemplari mutilati danno il "meglio" di sé, assumendo quella tipica fisionomia "a pannocchia" dovuta all'esplosione di foglie di dimensioni spropositate che la pianta emette per cercare di compensare la totale asportazione della sua chioma.
Un albero senza chioma o con una chioma ridottissima non ha alcuna utilità; inoltre la sua fisionomia viene modificata per sempre, al punto che alberi di specie diverse tendono a assomigliarsi tutti piuttosto che mantenere il loro aspetto tipico e caratteristico. E' uno impatto devastante quello che annualmente viene perpetrato nei loro confronti che non trova alcun fondamento scientifico, tanto che è sufficiente varcare la frontiera per osservare come tale pratica sia molto meno diffusa, se non totalmente assente. L'opinione pubblica è distratta e non considera questo un problema di cui curarsi; eppure vengono spesi milioni di euro di soldi pubblici per effettuare le potature dei viali in tutto il Paese. Evidentemente le amministrazioni comunali credono così facendo di riuscire a sollevarsi dalla responsabilità nel caso di accidentali cadute dei rami o sradicamenti del fusto, che però abbiamo detto aumentano proprio in ragione di questa pratica.
C'è anche chi obietta che le piante ormai sono malate e non garantiscono più un'adeguata stabilità, tanto che le amministrazioni sono costrette a potarle pesantemente per evitare crolli improvvisi. Il punto però dovrebbe essere un altro: se una pianta non è sana, dovrebbe semplicemente essere tolta per essere eventualmente sostituita con un'altra.
E questo diverso approccio presuppone due fondamentali azioni:1) monitoraggio fitosanitario costante; 2) analisi delle cause che hanno portato la pianta ad ammalarsi, così da scoprire se le condizioni stazionali sono adatte oppure no ad ospitarne una nuova. Se non lo sono, si può scegliere di intervenire per rimuovere le cause (ad esempio è molto frequente che non vi sia sufficiente spazio per le radici a causa di tubature, muri di cemento armato, ecc.) oppure decidere che non è il caso, rinunciando così a ripiantare un albero e optando magari per una specie arbustiva.
Questa si chiama pianificazione del verde urbano, ma in Italia è quasi sempre un proposito disatteso. Basta osservare i sesti di impianto comunemente utilizzati lungo le strade o nei giardini. Vi è una totale assenza di lungimiranza nel progettare le distanze a cui le piante devono essere poste tra di loro o dai manufatti, se si considera che gli alberi hanno una vita media nell'ordine di un secolo e una dimensione che, a maturità, può raggiungere facilmente i 20 metri di altezza e un metro di diametro.
Pianificare il verde urbano permetterebbe di risparmiare una montagna di soldi e allo stesso tempo realizzare città più sostenibili migliorando la nostra qualità della vita. Sarebbe sufficiente che le potature si limitassero al secco, senza minimamente intervenire sui rami vivi e giudicati sani dai tecnici (che si assumerebbero le proprie responsabilità). Da oltre un decennio vi sono tecniche speditive, assolutamente efficaci per testare la stabilità dei tronchi e dei rami, e vi sono in Italia anche i professionisti capaci di usarle. Ma le esperienze in questo senso sono davvero troppo poche perché facciano tendenza, e nel frattempo le imprese di potatura fanno fortuna.
* Dottore Forestale, giunti@nemoambiente.com