[19/04/2010] News

Manuale pratico della Transizione - di Rob Hopkins

LIVORNO. "L'idea della resilienza si riferisce alla capacità di qualsiasi sistema, dal singolo individuo a quelli economici, di resistere e di mantenere il proprio funzionamento nonostante un cambiamento o uno shock subito all' esterno".
E' questo - a detta di Rob Hopkins - il concetto centrale del "Manuale pratico della Transizione. Dalla dipendenza del petrolio alla forza delle comunità locali". Perché è l'ora "di concentrarsi sul 'tallone di Achille' della globalizzazione , il suo grado di dipendenza dal petrolio, di fronte al quale non esiste altra protezione all'infuori della resilienza".

Rob Hopkins è il fondatore del movimento della Transition Town, il movimento nato a Kinsale in Irlanda e a Totnes in Inghilterra negli anni 2005 e 2006. Un movimento che si pone come obiettivo quello di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici.

Dunque il testo di Rob Hopkins vuole esser una guida per il distacco dalla dipendenza del petrolio, un supporto per passare all'uso di risorse rinnovabili e sostenibili quali soluzioni per ripensare il modello sociale, economico e ambientale delle comunità locali.

Perché "ripristinare l'agricoltura e la produzione di cibo locali, localizzare la produzione di energia, ripensare la sanità, riscoprire i materiali locali per l'edilizia: sono tutti processi che ridanno vita alla resilienza e offrono la possibilità di uno straordinario rinascimento: economico, culturale e spirituale".

Lo scopo principale del Manuale dunque è quello di elevare la consapevolezza rispetto a temi di insediamento sostenibile e preparare alla flessibilità richiesta dai mutamenti in corso. Le comunità sono incoraggiate a ricercare metodi per ridurre l'utilizzo di energia e incrementare la propria autonomia a tutti i livelli.

E proprio nel testo viene descritto come avviare, passo dopo passo, la transizione all'interno della comunità, stimolandola a progettare e a realizzare concretamente un modello alternativo nella produzione dei beni primari, nei consumi e negli stili di vita, grazie anche al resoconto delle esperienze già realizzate o in atto in varie parti del mondo.

Descrive i sei pilastri che stanno alla base della Transizione: la "visione" ossia la convinzione che si possa ottenere un risultato "solo se si è in grado di immaginare come saranno le cose una volta raggiunto l'obiettivo"; "l'inclusione" perché "il sistema della Transizione ha lo scopo di facilitare il dialogo fra i gruppi sociali"; "aumento della consapevolezza" della popolazione della situazione energetica attuale; la "resilienza"; "gli interventi psicologici" per prospettare "innanzi tutto una visione positiva" e "prospettare soluzioni" credibili e appropriate per il cambiamento della comunità.

La dimensioni ottimale che deve avere una "iniziativa per la Transizione" è quella delle piccole cittadine, perché - secondo l'autore - la forza della Transizione consiste nel potenziale creatore di un processo aggregativo capace di istituire una vera comunità, che si relazioni con la politica locale pur rimanendone indipendente.

Nel progetto di Hopkins dunque il ruolo degli enti locali è solo di supporto. E' fondamentale per l'autore che le iniziative per la Transizione siano indipendenti dalle volontà dei politici locali almeno all'inizio. Perché "una iniziativa per la Transizione non può essere un progetto deciso e guidato da un consiglio politico".

Nella sostanza quindi l'iniziativa per la transizione può rappresentare un percorso verso un futuro sostenibile sia ambientalmente che socialmente, ma il rischio è che una comunità di tal tipo rimanga isolata o chiusa in se stessa e forse anche "decontestualizzata".

Se può forse essere condivisibile l'affermazione generale che il governo migliore è quello che governa meno, è pur vero che una organizzazione istituzionale esiste sempre ed è presente. Anzi è quella che viene eletta - in un regime democratico - dallo stesso popolo, dalle stesse comunità, dalle stesse persone che possono sposare uno schieramento rispetto a un altro.
Per una svolta concreta, contestualizzata in un mondo così organizzato è necessario non solo che il singolo come tale e le comunità facciano la loro parte, ma che anche le stesse istituzioni politiche locali, nazionali e internazionali si muovano in questo senso.

Del resto la dipendenza del petrolio e i cambiamenti climatici non sono problemi isolati territorialmente e geograficamente, sono problemi transnazionali e come tali vanno trattati.
E ormai nell'attuale situazione globale è emerso che, non solo esiste un intreccio fra crisi ecologica, climatica economia e sociale, ma anche che l'attuale modello di sviluppo (mirato a una crescita illimitata) impedisce di garantire un futuro stabile a tutto pianeta (e non solo per una parte o l 'altra).

Dunque, le comunità della transazione nel loro piccolo possono anche contribuire a ridurre l'impatto sull'ambiente, produrre meno rifiuti, meno CO2 e produrre energia alternativa, essere eque e solidali, mentre però, il resto del mondo resta densamente popolato, densamente sfruttato e diviso fra ricchi e poveri.

Ben vengano dunque le comunità della Transizione, ma come greenreport ha più volte spiegato è necessario andare verso un nuovo modello economico "globale" - a prescindere di come lo si voglia qualificare - che tenga conto dei limiti delle risorse materiali ed energetiche, e anche delle disuguaglianze con cui queste vengono prodotte e utilizzate, e la disparità fra chi ha ricchezza in capitale naturale e chi lo sfrutta per garantire il proprio tenore di vita.

 

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