[06/05/2010] News

Vulcano Eyjafjallajökull, Björnsson: «Il tempo di recupero dei ghiacciai locali sarà di almeno 10-20 anni»

FIRENZE. Superata l'emergenza di metà aprile, e in attesa di osservare gli sviluppi della recente nuova fase eruttiva che ha riportato il blocco dei voli in varie aree del Regno Unito, emergono adesso le prime valutazioni scientifiche su quale potrebbero essere, in prospettiva, gli effetti atmosferici o territoriali causati dall'eruzione del vulcano Eyjafjalla, in particolare per quanto riguarda il relativo ghiacciaio (la desinenza "jokull" significa appunto "ghiacciaio", in islandese) e le lingue glaciali adiacenti.

In termini di impatto locale, il glaciologo islandese Helgi Bjornsson, in un'intervista al quotidiano Morgunbladid ripresa dal sito Iceland review, ha stimato in «almeno 10-20 anni» il tempo di recupero che necessiterebbe al ghiacciaio per riprendere la sua massa attuale: questo valore però sarebbe valido «in una ipotetica assenza di riscaldamento globale», elemento che invece rende il quadro «ancora più fosco»: in questo senso il glaciologo ha citato la lingua glaciale Gijokull che è parte dell'Eyjafjallajokull e che, già prima dell'eruzione, aveva un ritmo di ritiro stimato in circa 8 metri l'anno a causa degli effetti locali del global warming.

In poche parole, così come avviene in qualsiasi ghiacciaio terrestre, alla riduzione a valle della superficie ghiacciata corrisponde una "discesa" di ghiaccio dalle altitudini superiori: se, però, fattori contingenti o di scala macro-climatica comportano una riduzione dell'apporto da monte, ecco che questo equilibrio dinamico viene meno, e si ha una riduzione netta dell'estensione territoriale (oltre che del volume) del ghiacciaio. Ed è quello che, almeno secondo Bjornsson, sta succedendo nella zona del vulcano, la cui eruzione (riporta oggi Iceland review) ha peraltro causato un calo degli afflussi turistici che in aprile ha raggiunto il 17%. E va riportato anche che, in marzo, l'arrivo dei turisti in Islanda era invece cresciuto dell'11% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, un dato che, al netto della fase di ripresa dalla crisi economica, era stato giudicato motivato anche dalla fase di eruzione di un ulteriore vulcano, il Fimmvörduhals, e dal relativo afflusso turistico.

Ma poi l'eruzione dell'Eyjafjalla ha ribaltato il quadro, ed è stato lo stesso Bjornsson (come ha riportato il "Corriere" del 17 aprile) ad aver ricordato come alle eruzioni del vulcano hanno spesso fatto seguito attività analoghe, ma più potenti, da parte del vicino vulcano Katla, che si ritiene essere collegato alla camera magmatica dell'Eyjafjalla (vedi immagine) ma che per ora ha dato solo moderati segnali di attività.

Altro effetto di prevalente carattere locale è potenzialmente legato al rilascio di ceneri, che potrebbero diminuire (in un'area di per sé ricolma di ghiacciai, e comunque ancora in gran parte innevata in questi giorni) l'albedo superficiale dei raggi solari, causando quindi un maggiore accumulo di calore a livello del suolo. A causa, però, della prevalente direzione est-ovest dei flussi delle masse d'aria in zona, sembrano da escludere massivi afflussi di ceneri nella vicina Groenlandia: il problema del ridotto albedo dovrebbe quindi interessare, eventualmente, il solo territorio islandese o al limite le terre (come la Norvegia) situate ad oriente dell'isola.

In generale, comunque, la scarsità di dati non deve far dimenticare che l'effetto prevalente di una forte eruzione vulcanica va necessariamente, almeno in termini climatici e relativamente alla libera atmosfera, ricondotto ad un temporaneo raffreddamento, causato sia dalla maggiore intercettazione dei raggi solari sia da una più ampia disponibilità di nuclei di condensazione per le precipitazioni, nuclei che sono costituiti dalle ceneri vulcaniche stesse. Anche se le attuali conoscenze scientifiche non permettono di compiere valutazioni "in tempo reale", i fattori determinanti sono la quantità di materiale effettivamente eruttato (finora stimata inferiore nell'ordine di almeno decine di volte ad eruzioni - come quella del Pinatubo del 1991 - che hanno avuto un effetto percettibile in termini di riduzione temporanea delle temperature medie globali) e l'altezza raggiunta dalla colonna di ceneri: in questo senso, infatti, il discriminante è rappresentato dalla cosiddetta "tropopausa", cioè il limite (di altezza variabile, e che sopra i cieli islandesi si trova a circa 10 km di quota) tra la troposfera e la stratosfera: essendo le due fasce atmosferiche caratterizzate da enormi differenze in termini di dinamicità delle masse d'aria (nella troposfera avvengono infatti la quasi totalità dei fenomeni meteorologici, mentre la stratosfera è pressoché stabile) è chiaro che dall'altezza raggiunta dalla nube eruttiva dipende in gran parte il tempo di permanenza delle ceneri (e dei loro effetti raffreddanti) nell'atmosfera, che potrebbe quindi variare da pochi mesi ad alcuni anni, prima che la gravità riporti al suolo, definitivamente, il materiale eruttato.

Secondo le stime attualmente disponibili, comunque, sembra che solo una ridottissima parte delle ceneri abbia superato il limite della tropopausa. Ma, come ha recentemente ricordato il climatologo Giampiero Maracchi, sarà solo tra un anno - almeno - che potremo stimare con cognizione di causa ogni effettiva incidenza dell'eruzione dell' Eyjafjalla che non sia limitata ad una scala locale.

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