
[21/05/2010] News
ROMA. Umberto Minopoli nel suo articolo sul nucleare, pubblicato dal Riformista lo scorso 28 aprile, auspica un'informazione chiara e basata su dati di fatto, ma per primo non contribuisce alla buona informazione, fornendo dati non sempre verificabili né sostenute da analisi obiettive.
L'affermazione più contestabile del suo articolo è quella che sostiene che, senza il nucleare, l'Italia non raggiungerebbe l'obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020.
Qui siamo di fronte al rovesciamento della realtà, perché, al contrario, l'introduzione del nucleare comporterà un serio ostacolo al raggiungimento degli obiettivi della direttiva europea 20-20-20.
Infatti sono incontestabili alcuni dati di fatto: 1) che le emissioni di CO2 sono dovute a un insieme complesso di fattori, a cominciare dalla mobilità e dal riscaldamento, mentre il nucleare serve solo a produrre energia elettrica. 2) Anche nell'ipotesi molto remota che nel 2020 una centrale nucleare possa entrare in esercizio nel nostro paese, questa produrrà circa l'1% del fabbisogno energetico complessivo italiano, con effetti irrilevanti sulle emissioni di CO2.
Dunque, se il piano governativo sul nucleare andrà avanti, avremo ottenuto, forse nel 2030 e fuori tempo massimo rispetto agli obiettivi europei, di produrre dalle quattro centrali nucleari italiane meno del 5% del fabbisogno energetico nazionale. A un costo intorno ai 30 miliardi di euro. Continueremo dunque a dover importare gas e petrolio, e in più dovremo importare dall'estero centinaia di tonnellate di uranio arricchito ogni anno. Davvero un bel risultato.
L'introduzione del nucleare in Italia comprometterà proprio il raggiungimento degli obiettivi europei, e anche questo è un dato di fatto. Basta fare due conti. Di recente, i dati del Gestore elettrico e di Terna hanno ribassato congruamente le previsioni di fabbisogno elettrico italiano al 2020. I consumi sono in picchiata, così come il PIL, e gli effetti della crisi si protrarranno per anni, anni durante i quali sarà persino difficile risalire la china e tornare ai livelli di produzione e consumo ante 2008. Tutte le previsioni di crescita, che usavano i fautori del nucleare, sono saltate, e non si può non tenerne conto. Oggi siamo di fronte a dati di fabbisogno al 2020 sostenibili con il parco centrali esistenti e l'incremento delle rinnovabili.
Nel 2020 abbiamo l'obbligo europeo di portare il consumo elettrico da fonti rinnovabili a poco meno di 100 terawattora. Ce la possiamo fare: nel 2008 e 2009 abbiamo aggiunto ogni anno 10 nuovi terawattora di energia pulita. È come aver costruito in due anni due centrali nucleari, ma con l'energia del sole e del vento. Siamo arrivati a quasi 70 terawattora da rinnovabili, di questo passo l'obiettivo europeo è raggiungibile anche in previsione di riduzioni degli incentivi.
L'altro obiettivo prioritario per l'Italia è quello dell'efficienza energetica, obiettivo di straordinaria importanza perché incide sul progresso tecnologico, sull'innovazione, sull'uso di nuovi materiali e tecnologie. Puntare sull'efficienza energetica, questo sì è un "must" (uso la parola di Minopoli) per le imprese italiane, se vogliono stare al passo con il resto del mondo sviluppato.
Alla fine dei conti, il soddisfacimento congiunto degli obiettivi europei comporterà di per sé un surplus elettrico in Italia, compensabile con una riduzione dei consumi da fonti fossili. Grazie a ciò, ad esempio, potranno essere definitivamente chiuse le centrali più vecchie, a olio combustibile, derivato dal petrolio e più inquinante, già oggi ridotte a solo il 7% della produzione elettrica nazionale.
Da questo punto di vista, l'introduzione del nucleare avrebbe un effetto solo dannoso. È evidente che introdurre nuova energia in un sistema che già è in surplus, è inutile. Se poi consideriamo che i contratti per il gas sono già sottoscritti e vincolanti per il nostro paese nei prossimi anni - contratti anche promossi dallo stesso governo che vuole il nucleare - che cosa otteniamo? Che a fare le spese dell'introduzione del nucleare sarà l'efficienza energetica e il progresso delle rinnovabili, compromettendo dunque il soddisfacimento degli obblighi europei e, soprattutto, facendo perdere all'Italia una grande opportunità di sviluppo e innovazione.
Un altro aspetto discutibile dell'analisi di Minopoli riguarda la questione dei costi. Egli afferma che solo il carbone regge la sfida della competitività del nucleare. Non so francamente dove abbia ricavato questo dato. Qui posso riportare due fonti, tra le più autorevoli e certo non accusabili di simpatie ambientaliste: il MIT e l'agenzia di rating Moody's. In entrambi gli studi recentemente pubblicati dai due istituti si dimostra che il costo di produzione dell'energia nucleare è più alto del 25-30% sia del carbone sia del gas, e sostanzialmente comparabile con l'eolico. Secondo i dati del MIT, anche l'introduzione di una pesante carbon tax porterebbe il costo del carbone lievemente inferiore ma comparabile al nucleare, mentre il gas resterebbe più conveniente. Moody's propone un'analisi anche a lungo termine, ponendo una lunga vita di 60 anni alle centrali nucleari per calcolarne i ricavi, e rileva che, anche in questo caso, per mantenere un ritorno dall'investimento effettuato, il nucleare ripaga meno delle altre fonti energetiche.
Vediamo quel che sta accadendo in Finlandia, paese già nucleare: il nuovo reattore di Olkiluoto, deliberata dal Parlamento nel 2002, non entrerà in funzione prima del 2013. Se ci riuscirà, visto il numero impressionante di problemi che sta riscontando la sua costruzione. Il costo di costruzione si è raddoppiato rispetto alle previsioni (ora è quasi a 6 miliardi di euro), e il cantiere è ancora aperto; aperta è anche una controversia legale tra la compagnia elettrica TVO e il costruttore francese Areva, lo stesso che dovrebbe costruire le centrali in Italia.
Siamo nel 2010, e l'Italia, paese che deve ripartire da zero, non ha ancora deliberato la costruzione di nulla. Siamo un paese noto per inefficienze e ritardi nella costruzione di qualsiasi infrastruttura, nonché purtroppo pericolosamente inquinato da interessi mafiosi. Se in Finlandia ci vorranno forse quindici anni per avere il primo kWh dalla nuova centrale, e a quei costi, che cosa accadrà in Italia?
Sorvolo su altre affermazioni discutibili, come quella che riferisce della presunta esistenza di depositi di stoccaggio definitivo delle score in tutti i paesi nucleari, il che non risulta, o che i contenitori delle scorie siano "sicuri", visto che l'unica certezza che abbiamo è che quegli stessi contenitori, bombardati dalle radiazioni ad alta attività, o prima o poi si sgretoleranno, e allora sarà compito dei posteri gestire il lascito di veleno che le scelte irresponsabili della nostra generazione gli consegnerà.
P.S. Al fine di ottenere la "patente" richiesta da Minopoli per discutere di nucleare, in attesa di ricevere le sue credenziali, preciso che mi sono laureato in ingegneria nel 1986, anno di Chernobyl, con una tesi sui sistemi di controllo delle centrali nucleari