
[25/06/2010] News
PISA. Gli anniversari sono sicuramente una buona occasione anche per le istituzioni per riflettere sul proprio passato e capire meglio il presente ed anche il proprio futuro.
Se poi gli anni sono 75 queste riflessioni possono risultare più interessanti anche su un piano meno circoscritto.
Il parco di Portofino presenta sotto questo profilo innegabili e significative specificità da cui conviene prendere le mosse.
Per età rientra in quel ristretto gruppo di parchi storici che nel 22 con il Gran Paradiso e l'Abruzzo avviarono anche in Italia una esperienza che altri paesi non soltanto europei avevano già inaugurato. Poco più d'un decennio dopo seguirono lo Stelvio, il Circeo e Portofino sempre accompagnati dal fantasma del parco in Calabria. Già i primi due presentavano delle differenze; la salvezza dello stambecco il primo mentre per il secondo si faceva già riferimento al turismo e alla ricreazione. Lo Stelvio nacque segnato da drammatiche vicende storiche che non lo avrebbero mai del tutto abbandonato. Il Circeo reca invece anche nei suoi aspetti più grotteschi i connotati inconfondibili del regime fascista, della bonifica pontina, dell'impero e oggi continua a navigare in un mare di guai.
Portofino nasce invece fondamentalmente come sappiamo con il compito di costruire una strada verso il promontorio che avrebbe dovuto valorizzare anche con appropriati incentivi il territorio con insediamenti di prestigio. La gestione non fu affidata però ad un ente parco ma all' Ente autonomo del Monte di Portofino con sede alla Camera di Commercio di Genova. Ricordo di avervi dedicato anni fa su Parchi un articolo sulla base di documenti d'epoca procuratimi da Carlo Repetto allora direttore del parco.
Non tanto paradossalmente si potrebbe dire che il parco nasceva all'insegna di un progetto che in anni successivi avrebbe potuto giustificare la nascita di un parco con scopi del tutto opposti ossia impedire la strada.
Ma le vicende di Portofino cambiano e assumono un rilievo nazionale negli anni 60 quando sulla scena istituzionale fanno la loro comparsa alcune tematiche ambientali che proromperanno con l'avvento delle regioni.
Mentre con la legge del 91 non cambia nulla o quasi per gli altri parchi che restano nazionali solo allo Stelvio si riaprono le tensioni dovute alla ‘specialità' di quasi tutto quel territorio. Per Portofino cambiano invece le insegne ma anche le finalità perché fanno la loro comparsa allora problemi e aspetti ambientali fino a quel momento estranei alle istituzioni, specialmente quelli riguardanti la costa e il mare che come vedremo subito restano per molti profili tutt'ora aperti e non solo qui.
Si tratta di una questione ancora irrisolta che connota tuttora e negativamente la condizione dei parchi e le aree protette del paese.
Sono gli anni dell'altalena tra nazionale e regionale. E la serie A ossia entrare nei ranghi nazionali alluzza e non poco anche per la speranza che lo stato sia generoso. Ricordo sul punto una amichevole ma vivace discussione con l'assessore regionale Banti a Gargnano quando espressi tutte le mie perplessità sulla accondiscendenza regionale a far cambiare casacca al parco, tanto più che lo stato in quanto a tirchieria poteva competere validamente anche con i liguri che pure non scherzano.
Ma Portofino fece davvero da ‘cavia' nel panorama nazionale quando con una decisione che potremmo oggi dire con tutta tranquillità avviò ‘ufficialmente' una politica ministeriale verso le aree protette marine destinata al più clamoroso fallimento e dalla quale non siamo ancora usciti, si rifiutò di affidare al parco la gestione dell'area marina tradendo palesemente lo spirito e la lettera della 394 e della 426 come poi avrebbe chiaramente stabilito la Corte dei conti.
E' questo un passaggio che pesò enormemente e negativamente nella gestione nazionale di cui scontiamo ancora oggi le conseguenze negative. Siccome questa vicenda mi coinvolse e non poco anche personalmente tanto da diventare nel giudizio del ministro ‘quello di Migliarino' cioè un emerito rompiscatole, voglio ricordarlo e non già perché i fatti mi avrebbero purtroppo dato ragione, ma perché in quella occasione e non soltanto io dimostrammo la nostra piena autonomia di giudizio politico anche nei confronti di ministri politicamente amici. Che almeno con me poi non lo furono molto tanto da scrivere al presidente dell'allora Coordinamento dei parchi perché fossi richiamato all'ordine.
La vicenda è nota e lo è la motivazione. I parchi regionali non possono gestire aree protette marine che restano nazionali. Intendiamoci, anche con in parchi nazionali il ministero non è stato mai di manica larga tanto da non sbarazzarsi mai della Commissione di riserva prevista dalla legge dell'82 sul mare di cui Ronchi cambiò solo la presidenza continuando imperterrito come tutti i suoi successori ad avvalersene affiancandola all'ente gestore del parco. Insomma un doppione ‘garante' del ministero. Il ministero, infatti, si fida poco anche dei parchi nazionali, vedi la telenovela della definizione dell'area marina del parco nazionale dell'Arcipelago Toscano.
Avemmo conferma che per il ministero i veri parchi restavano quelli nazionali, idea peraltro piuttosto diffusa allora tanto è vero che la 394 fino all'ultimo giro riguardò soltanto quelli non facendo neppure cenno a quelli regionali che pure erano molti, ben funzionati e recassero un DNA sconosciuto ai vecchi parchi storici ossia l'ente di gestione e il piano che la legge quadro avrebbe poi riconosciuto come essenziali per tutti i parchi. Fu quella la ‘supplenza costituzionale' di cui avrebbe parlato il presidente Scalfaro in occasione della prima conferenza nazionale dei parchi.
Ho ritrovato, preparandomi per questo appuntamento, su un numero di Parchi del 92 il resoconto di una tavola rotonda svoltasi qui e introdotta da me in cui Sesto Rubino assicurava che il parco aveva già messo in bilancio i soldi per uno studio dell'area marina. Tutto inutile perché si ignorò allora ( e anche dopo) che le AMP previste dalla legge sul mare dell'82 che anche lì avevano trovato posto solo all'ultimo giro, non potevano più in base alla legge 394 essere gestite alla vecchia maniera, perché l'organo di gestione nella sua composizione non rispondeva ai nuovi criteri fissati dalla legge quadro. Eppure non certo a caso la 394 diceva chiaramente che le aree protette marine in caso di presenza di un parco terrestre dovevano essere affidate in gestione al quel parco. La legge non diceva e non dice che doveva essere nazionale. Ma tutto ciò fu disinvoltamente e colpevolmente ignorato nonostante che le regioni in base anche alla legge sul mare avessero ora competenza per i piani costieri insomma quella gestione integrata delle coste di cui Roma si è costantemente infischiata come dimostra e conferma -vedi il recente studio dell'ISPRA- il fallimento dei piani costieri.
Eppure proprio in quegli anni andava assumendo crescente rilievo anche per le politiche e le disposizioni comunitarie una politica che guardava al mare e alle coste non più soltanto per la portualità e la difesa militare. Ma Roma continuò a considerare ‘Nostrum' quel mare con effetti che abbiamo sotto gli occhi anche nel momento in cui si è messo mano alla cosiddetta ‘sdemanializzazione'.
Le cose se possibile sono peggiorate da quando - e sono passati ormai più di 10 anni- il ministero è senza una decente cabina di regia e per quanto riguarda le aree protette marine perfino di una anagrafe aggiornata. E se per molti parchi nazionali il ricorso al commissariamento resta diffuso, peggio stanno le aree protette marine che anche quando dispongono di un decreto istitutivo restano affidate a soluzioni la più varie e comunque non coerenti con lo spirito e la lettera della legge; le province ,ad esempio, non sona quasi mai previste e si è riusciti a mettere in crisi anche Ustica.
A Camogli qualche tempo fa ebbi modo in riferimento al Santuario dei cetacei di definire la sua cabina di regia simile alla tenda di Nobile al polo che non riceveva e non trasmetteva beccandomi peraltro un inaspettato applauso e qualche risentita replica ministeriale. Ebbene, oggi è il ministero che non riceve e non trasmette tanto che recentemente la Corte dei conti ha dichiarato illegittimi una serie di posti chiave. Eppure doveva riordinare in base alla legge Bassanini le sua struttura allora azzerata e rimasta tale da oltre un decennio.
Tornando a Portofino e al mare di cui si è tornati a parlare anche in un Disegno di legge attualmente in discussione al Senato è opportuno ricordare che è piuttosto recente un documento votato dal parlamento europeo sulla gestione integrata delle coste a cui si aggiungono ora le disposizioni sulla pesca.
Ebbene a fronte di questo rinnovato richiamo carico di implicazioni di non facile gestione, terra e mare sembrano allontanarsi ulteriormente. Eppure avevamo appreso già molti anni fa in bell'incontro all'Acquario di Genova -presente nientemeno che una autorevole rappresentanza della NATO ma non del ministero che tanto per cambiare perse una buona occasione- che molti dei guai del mare derivano da ciò che avviene a terra.
I francesi in una legge del 2006 sebbene gestissero già i loro parchi all'insegna della integrazione hanno scritto che i parchi devono avere un ‘cuore marino terrestre' tanto che a Porto Cros il loro parco marino storico hanno deciso di prevederne un secondo, C'è evidentemente chi trapianta e chi invece espianta.
E quel qualcuno lo si può rintracciare facilmente senza ricorrere alla trasmissione della Sciarelli, basta leggere l'arti 1 del disegno di legge prima richiamato in cui è detto ‘ che dalla 394 viene cancellato per i parchi regionali il riferimento ‘ai tratti di costa prospicenti'. Insomma le regioni sono estromesse da qualsiasi competenza sul mare così anche le aree marine protette ‘regionali' che con le altre hanno recentemente siglato un accordo di collaborazione tra di loro, dovranno uscire di scena. Ed è tanta l'impudenza -non so come diversamente definirla- che anche nel caso dei parchi nazionali i tratti di costa ‘antistanti' saranno sì affidati in gestione al parco ma non per il piano; a quello ci pensano a Roma. Capito?
Altro che cuore marino terrestre.
Non posso qui intrattenermi oltre su una proposta che considero scandalosa ma non posso tacere sul fatto che finora non ho visto reazioni degne di nota. Fu già cosi sulle modifiche alla legge 183 che riguardava anche i parchi fluviali. Fu così con il nuovo codice dei beni culturali quando al piano dei parchi fu nottetempo sfilato la parte paesaggistica in base alla quale la regione toscana poco saggiamente tolse il nulla osta ai suoi parchi. Con questa sarebbe anche peggio considerato che si stanno confezionando queste norme mentre sfilano i vessilli di un federalismo fatti di chiacchere e di colpi di mano. Lamentarsi o scandalizzarsi dopo non servirebbe molto. A 75 anni è bene non farsi fregare di nuovo.
Una volta basta e avanza.