
[01/07/2010] News
GROSSETO. Anche il settore delle agrienergie ha inviato le proprie osservazioni al Piano di azione nazionale per le fonti rinnovabili (Pan) elaborato dal ministero dello Sviluppo Economico, come previsto dalla direttiva 2009/28/CE per il raggiungimento, entro il 2020, dell'obiettivo vincolante di coprire con energia da fonti rinnovabili il 17% dei consumi lordi nazionali.
In un documento inviato al Ministero dello Sviluppo economico i rappresentanti del mondo agricolo, ambientalista e dei gestori di impianti, hanno delineato, infatti, quelle che a loro avviso debbono essere le specificità che la programmazione nazionale non può ignorare rispetto alle bioenergie «fonte energetica indissolubilmente legata all'uso del suolo e al lavoro agricolo (ossia di chi coltiva e raccoglie la materia prima nei campi, nei boschi o nelle aziende zootecniche) e di conseguenza alla produzione di cibo, alla fertilità e agli stock di carbonio nel terreno, alla qualità delle acque di falda e non ultimo al reddito degli agricoltori».
Le realtà (Anci, Cia, Coldiretti, Fiper, Itabia, Legambiente, Uncem e Aiel) che hanno inviato al Mise assieme alle loro osservazioni una piattaforma sulle agrienergie, prendono atto che il ruolo delle biomasse di origine agricola, zootecnica e forestale viene riconosciuto nel Pan, in particolare per i fabbisogni termici e soprattutto per la produzione di carburanti alternativi, settore in cui allo stato attuale dell'arte il loro ruolo risulta esclusivo, ma evidenziano la necessità che il Governo italiano definisca «insieme agli obiettivi quantitativi, un quadro coerente di criteri di priorità e di incentivi per le biomasse che da una parte dia certezze agli operatori e agli agricoltori sugli investimenti da qui al 2020 e che dall'altra premi realmente la produzione agricola e l'efficienza energetica delle filiere».
Un'esigenza, quella di mantenere un saldo legame con la produzione agricola, che viene sottolineato «è tanto più pressante in un periodo di grave crisi dell'agricoltura italiana ed europea» e che potrebbe incorrere nel rischio di trasformare la produzione di energia rinnovabile nelle aziende agricole «dalla sua finalità originaria - ossia di attività integrativa del reddito dell'agricoltura - in quella di attività sostitutiva dell'agricoltura».
Un rischio che può e deve essere evitato ricorrendo all'individuazione di "Linee guida per uno sviluppo integrato con le economie agricole locali e per il riconoscimento del ruolo di carbon sink dell'agricoltura." In particolare sarebbe necessario che il Governo chiarisca d'intesa con la Conferenza Stato Regioni quali debbano essere i criteri di calcolo della quota di produzione di energia da biomasse che ogni Regione dovrà garantire per il rispetto agli obiettivi nazionali (burden sharing) e quale debba essere la metodologia di calcolo dell'efficienza energetica delle produzioni agricole italiane.
Linee guida nazionali che vengono ritenute di importanza primaria anche per assicurare in prospettiva una base adeguata di calcolo per tutti i potenziali co-prodotti delle colture energetiche dedicate e per la quantità di sostanza organica resa al suolo.
«La diffusione di tale metodologia si legge nel documento- favorirebbe un diverso criterio di valutazione economica delle colture (produttività totale vs resa per ettaro), strettamente correlata alla efficienza energetica di metodi di coltivazione, al bilancio di emissioni dell'intero ciclo di lavorazione dei prodotti e dei co-prodotti e alla massimizzazione della quota immobilizzata nel terreno sotto forma di humus stabile».
Tutti aspetti che «acquisteranno sempre di più un rilievo economico oltre che ambientale, grazie agli incentivi per la riduzione di emissioni ("certificati neri") e all'impiego ridotto di prodotti chimici il cui costo è strettamente legato al mercato del petrolio».
Per quanto riguarda i carburanti alternativi e l'obiettivo del 10% al 2020, le associazioni firmatarie del documento chiedono che il Piano nazionale indichi tra le sue priorità, la definizione di un quadro di riferimento normativo che consenta lo sviluppo dell'utilizzo del biometano, che potrebbe essere immesso nella rete Snam e utilizzato sia per usi civili che per trazione. Non solo, si chiede anche un maggior impegno nella ricerca e sviluppo dei biocarburanti di nuova generazione e in particolare delle tecniche di estrazione di biocombustibili liquidi dai residui ligno-cellulosici e dagli scarti agroalimentari.
Altro elemento che viene indicato è l'opportunità che offre il Pan per riequilibrare l'attuale sistema di incentivi, che premia solo la produzione di elettricità addirittura favorendo, nel caso di produzione elettrica senza cogenerazione di calore, una modalità di produzione energetica altamente inefficiente sotto il profilo energetico e ambientale.
Mentre viene disincentiva, di fatto la forma più idonea di impiego di questa fonte rinnovabile, ossia la produzione termica.
Viene quindi suggerita la definizione di «una tariffa incentivante stabile fino al 2020, indicizzata e modulare sul modello tedesco» lamentando il fatto che l'attuale sistema di incentivi «parifica le biomasse agroforestali e i sottoprodotti agroindustriali alle frazioni organiche dei rifiuti urbani, non premia l'efficienza energetica, non riconosce la maggiore sostenibilità economica e ambientale di impianti alimentati da biomasse di origine locale o provenienti da filiere corte».
A fianco della tariffa incentivante si propone anche l'individuazione di premi per l'utilizzo del calore e per l'accorciamento della filiera o per le aziende agricole che garantiscono una quota di autoproduzione. Inoltre, per il rispetto degli obiettivi strategici indicati nel Pan, viene indicato come necessario prevedere un incentivo a favore del biometano, la cui quantificazione può essere ipotizzabile sulla base del potere calorifico immesso in rete, dato che la sua mancanza rappresenta un grave limite anche allo sviluppo del biogas e della digestione anaerobica.