
[03/08/2010] News
ROMA. Nel corso del 2009 più di un miliardo di persone in tutto il mondo non ha avuto un sufficiente accesso al cibo. È un record assoluto. Mai tante persone nella storia dell'umanità avevano sofferto contemporaneamente per fame o malnutrizione. La crisi finanziaria ed economica ha inciso molto nel determinare questa situazione.
La distribuzione geografica questo miliardo di persone malnutrite è significativa: più di 630 milioni si trovano in Asia, soprattutto in India e Bangladesh; 300 milioni si trovano in Africa, soprattutto nella fascia centrale del continente nero; 50 milioni in America Latina; 20 milioni nei paesi occidentali a economia matura.
Il peggioramento della situazione alimentare è stato anche relativo. La gran parte di queste persone malnutrite, infatti, è concentrata nei paesi in via di sviluppo e rappresenta quasi il 20% della popolazione. Solo pochi anni fa, nel triennio 200/2006 in quei paesi si era raggiunto un minimo relativo: le persone malnutrite erano scese al 15% della popolazione. Un indubbio progresso rispetto a quarant'anni fa, quando le percentuale di persone malnutrite rappresentava il 34% della popolazione dei paesi in via di sviluppo.
Per 35 anni c'è stato, dunque, un progresso lineare. Gli ultimi tre anni rappresentano una pericolosa inversione di tendenza, che allontana la possibilità di raggiungere uno dei "millennium goals" lanciato un decennio fa dalle Nazioni Unite: dimezzare il numero di persone che non hanno accesso sufficiente al cibo e portarlo a "soli" 400 milioni entro il 2015.
Non ci siamo riusciti. Perché? A questa domanda ha risposto in maniera esauriente la Conferenza Globale sulla Ricerca per lo Sviluppo in Agricoltura tenutasi a Montpellier, in Francia, lo scorso mese di marzo. La fame non dipende dalla scarsità di risorse, ma dalla loro cattiva distribuzione. In altri termini, il mondo ha prodotto cibo sufficiente per tutti. Non siamo riusciti a garantire a tutti la possibilità di raggiungerlo.
Questa premessa è necessaria per rispondere alla domanda che si pone la rivista scientifica Nature con uno speciale pubblicato giovedì scorso: può la scienza sfamare il mondo in futuro?ù
Nel 2050, infatti, il mondo sarà abitato da oltre 9 miliardi di persone, 2 miliardi in più rispetto alla popolazione attuale. Dove troveremo le risorse? La scienza può aiutarci? Queste domande, riconoscono gli scienziati che hanno collaborato allo speciale di Nature, hanno bisogno della premessa che abbiamo proposto più su. Oggi i maggiori fattori che concorrono alla malnutrizione sono politici ed economici, riguardano la distribuzione delle risorse, non la produzione. E così sarà anche in futuro. La scienza, dunque, potrà essere utile. Ma non può essere considerata come la panacea.
Ciò detto, il contributo della scienza può essere importante. Qualsiasi sia la scelta strategica che verrà adottata per affrontare il problema di dar da mangiare a 9 miliardi e più di persone. La FAO, l'agenzia con sede a Roma che si occupa di cibo e agricoltura per conto delle Nazioni Unite, propone di estendere l'area delle terre coltivate, facendo attenzione a non intaccare la superficie forestale dove risiede la gran parte della biodiversità. In questa strategia la scienza è necessaria per individuare le aree di espansione (per esempio quelle aride) e diminuire i rischi di ulteriore erosione delle specie, oltre che per migliorare il sistema di coltivazione.
La Royal Society di Londra sostiene un'altra strategia, che possiamo riassumere nel motto "fare di più con meno". Aumentare la superficie coltivata come vorrebbe la FAO, sostengono gli esperti inglesi, determina di per sé un attacco alla biodiversità e dunque è un contributo a rendere più fragile l'ecosistema. Occorre, dunque, aumentare la produttività per ettaro. La scienza è decisiva in questa operazione. Anche (ma non solo) attraverso l'utilizzo di piante geneticamente modificate. Finora, sostengo alla Royal Society, gli ogm sono stati usati male, non hanno portato a un miglioramento dell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo. Occorre che vengano utilizzati con un nuovo approccio.
Ciascuna delle due opzioni ha punti di forza (il primo ha meno bisogno dell'intervento di aziende multinazionali; il secondo ha meno bisogno di terreni nuovi), ma anche punti di debolezza. Il dibattito è aperto. Sarebbe importante vi partecipasse anche l'Italia. Ci auguriamo che avvenga sulla base di dati di fatto e non di scelte ideologiche apriori.