[17/08/2009] News

Il primo libro della Planomia

La planomia è la scienza che studia la condotta umana finalizzata al mantenimento della vitalità del pianeta, e quindi della sana sopravvivenza e dello sviluppo di tutte le sue specie viventi, attraverso il corretto impiego di mezzi scarsi, compatibili e sostenibili.

Il termine è nato circa sei anni fa quando un gruppo di amici - economisti, amministratori delegati di importanti multinazionali - capitanati da Paolo Ricotti, ora presidente di Plef (Planet life economy foundation), ha deciso di mettere insieme - ricorda Lifegate - i propri sforzi per ripensare il sistema economico in un'ottica più allargata, proponendo un modello in equilibrio tra economia, ambiente e società.

Dopo la proposta iniziale il neologismo ‘planomia', con l'aiuto del professor Maurizio Mancuso, viene semplicemente definita come ‘scienza dello sviluppo'. Nella sostanza significa economia del pianeta. I frutti di questi sei anni di esperienza sono contenuti nel "Primo libro della Planomia. Realtà, sogni, ambizioni della sostenibilità". E la cosa interessante è che non si tratta di un volume scritto da ambientalisti o sedicenti tali, bensì da manager ed imprenditori.

Nasce infatti da loro e per loro visto che la Fondazione, dopo il momento culturale, è ora passata a quello dei progetti proprio con questo libro "rendendosi disponibile non solo su istanze proprie, ma anche su iniziative che nascono dagli aderenti, impegnandosi nel collegare ricerca, applicazione, università ed impresa sul terreno sia domestico che internazionale, interagendo con ogni altra istituzione collegabile".

Altra cosa che colpisce di questo libro/strumento è che, come qualcuno ricorderà essere accaduto già negli Usa, siamo di fronte a un gruppo di dirigenti (in questo caso volenterosi e virtuosi) che chiede regole alla politica e alle istituzioni. Nel nord america erano le multinazionali, qui manager di successo italiani (che è nella sostanza l'eccellenza del nostro Paese, il suo marchio di fabbrica) che "si propone di rendere concretamente realizzabili progetti, processi e prodotti sostenibili all'interno delle imprese e delle associate". Quanto appare lontana da questo contesto, dunque, la vecchia idea dei lacci e laccioli da tagliare per far funzionare il mercato... Non che il Plef stia fuori dal mercato, ma cerca proprio all'interno della cultura di mercato di rendere praticabili i principi dello sviluppo sostenibile.

Il testo è articolato in dodici interventi di altrettanti autori che hanno animato i dibattiti all'interno della Fondazione. C'è anche un po' di Toscana con l'esperienza di un'imprenditrice agrituristica di Gavorrano, ma l'intervento più interessante, ad avviso di chi scrive, è quello di Mario Dondi. La sua esperienza infatti ben rappresenta lo stato delle cose nel mondo dell'impresa e il perché siamo in una fase storica (nel bene e nel male).

Tenendo altresì conto che nel testo, per ragioni cronologiche, non si affronta mai il tema della crisi, Dondi scrive che molti manager che ha incontrato nella sua vita pur condividendo una certa idea di ritorno all'equilibrio con "madre natura", «si sono trovati intrappolati da diversi vincoli aziendali, principalmente dalla pressante necessità di risultati sul breve termine» e «dall'innegabile distanza tra gli atteggiamenti dei consumatori, che a livello dichiarativo si orientavano verso la sostenibilità, ed i loro effettivi comportamenti d'acquisto».

Questo nuovo millennio - sostiene sempre Dondi e ricordiamo ancora che quando ha scritto la crisi non era ancora esplosa - apparentemente nasce quindi sotto l'egida dell'austerity e della sfiducia. Gli atteggiamenti dichiarati dai consumatori evidenziano infatti: orientamento al risparmio e visione da trincea; attenzione e sensibilità al prezzo; ma anche una sempre maggior sensibilità critica nei confronti di aziende ed enti per non svolgere quel ruolo proattivo che ci si aspetta, o addirittura accusati di essere poco etici.

Nonostante questo stato delle cose, in Plef «ho avuto l'occasione di conoscere e di confrontarmi con manager e imprenditori attenti, sensibili ed appassionati che, avendo di mira anche il benessere della società, hanno messo all'origine delle loro azioni, individuali e professionali, i valori della sostenibilità ottenendo risultati positivi per la loro impresa oltrechè per la collettività. Tuttavia non sempre e non per tutti è stato possibile toccar con mano i risultati. Nonostante l'impegno e gli sforzi profusi, alcuni hanno infatti incontrato proprio nelle "logiche del sistema" ostacoli, fattori di resistenza e complicazioni difficilmente superabili».

Dunque c'è almeno un gruppo di manager con le relative imprese che avrebbero voglia di riorientare la propria azienda verso la sostenibilità, ma non sa bene come.

Due esempi dati nel testo spiegano bene il quadro: «la Hewlett Packard considerando le implicazioni economiche della normativa europea sullo smaltimento dei materiali elettronici (che impegna le aziende produttrici ad occuparsi del loro smaltimento percentualmente alla market share), ha riprogettato l'intero processo produttivo delle sue stampanti, con l'obbiettivo di ridurre quanto più possibile i materiali di scarto in favore di componenti riciclabili, e ottenuto così un "vantaggio ambientale" abilmente trasformato, attraverso un'operazione di marketing, in un vantaggio competitivo: "...con un incentivo di 50€ alla restituzione della stampante oltre a ridurre all'osso i costi del ritiro del materiale elettronico siamo riusciti ad attrarre nuovi clienti e a migliorare la relazione con chi già lo era dando la giusta visibilità ai comportamenti etici ed ai valori che orientano il nostro marchio».

E questo è un caso virtuoso, ma anche nell'esperienza di Dondi ce ne sono molti finiti male, come quello di Magnetti (un imprenditore: «...abbiamo studiato un "prodotto fotocatalitico" per pavimentazioni stradali meno inquinanti e dai costi di manutenzione nettamente inferiori rispetto al bitume usato oggi... abbiamo investito in una campagna per informare dell'esistenza di questo materiale e organizzato eventi per presentarlo alla pubblica amministrazione ma, in assenza di una normativa che imponga l'utilizzo di materiale certificato, la pubblica amministrazione applica la procedura standard e affida l'appalto al concorrente con l'offerta più bassa, al di là del materiale che questi andrà poi ad utilizzare...»..

 Proprio il confronto tra queste due case history ha focalizzato l'attenzione dei partecipanti alle varie riunioni del Plef sul ruolo di guida trainante e di sistema di controllo che le istituzioni pubbliche, attraverso l'applicazione di normative responsabili, possono avere per il successo di un modello economico basato sul costrutto della sostenibilità. I partecipanti hanno così cercato di individuare gli strumenti ed i supporti che avrebbero più facilmente consentito alle imprese italiane di orientare con successo il loro business nella direzione della sostenibilità. In sintesi i professionisti che hanno partecipato a questo studio hanno condiviso l'opportunità e l'importanza di: essere tutelati, a livello europeo ed italiano, da un sistema di leggi e normative che realmente consentano la commercializzazione solo a quelle aziende in grado di certificare il rispetto di elevati standard di qualità, sia del prodotto finito che dei diversi processi implicati nella sua produzione; fare affidamento su una cultura della sostenibilità diffusa e condivisa, su sistemi informativi efficaci ed attenti a valorizzare i comportamenti etici, a smascherare e a penalizzare eventuali scorrettezze, per poter rivolgere le proprie proposte ad un consumatore informato e sensibile, in grado cioè di poterne apprezzare il valore; ivi compresa la non nocività/tossicità degli scarti del suo consumo; beneficiare di fondi e finanziamenti pubblici ed europei per la ricerca e l'innovazione quando esse perseguano l'interesse collettivo; poter accedere ad un patrimonio aggiornato di informazioni circa - le nuove possibili applicazioni della ricerca scientifica per l'impresa, - i risultati anche in trend delle applicazioni già in test, - i temi/argomenti allo studio presso istituzioni pubbliche italiane, europee e mondiali con le relative opportunità e modalità di accesso/ partecipazione; usufruire di una consulenza di esperti nella pianificazione strategica per trasformare con il massimo profitto la propria impresa in un impresa ecosostenibile.

Come si vede la sostenibilità, forse un po' troppo sinonimo di sviluppo per il Plef ha (avrebbe) nell'impresa una certa dose di appeal non fosse altro che per il ritorno economico e di immagine - per quanto questi del Plef sembrano animati da qualche argomento in più - e si intravede anche come questa si stia facendo anche cultura pure tra i manager. Restano alcuni lati oscuri all'intero ragionamento però di un quadro comunque foriero di opportunità: i manager chiedono allo stato regole, ma basti pensare ai rifiuti e alle sue complicatissime leggi per capire che questo in un paese come l'Italia non basta. Le regole per essere rispettate devono essere chiare, ma troppo spesso nel nostro Paese questo non succede vanificando anche le migliori intenzioni delle aziende che poi, invece, si organizzano come meglio credono.  

La filiera dei prodotti ecosostenibili deve essere poi incentivata da uno stato illuminato e con il governo Berlusconi le perplessità in questo senso sono moltissime. Questo, tuttavia, avviene nel bel mezzo di una crisi dalla quale usciranno vincitrici solo quelle imprese, secondo chi scrive ma anche secondo illustri economisti, che si saranno riconvertite (parliamo a lungo termine) verso la green economy. E questo richiamo e questo esempio arrivano addirittura dagli Usa dove il presidente Obama sta cercando di praticare - in mezzo a mille difficoltà - un nuovo paradigma economico che ha come orizzonte proprio la sostenibilità. Insomma, per l'impresa italiana che vuole riconvertirsi c'è un nuovo alleato, il Plef appunto, ma c'è soprattutto una grande opportunità. Quindi: se non ora quando lanciarsi?

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