[26/08/2009] News toscana

Carrara e il distretto del marmo tra presente e futuro

FIRENZE. Verrà il giorno in cui delle cave che hanno fornito il marmo a Michelangelo e al Bernini resterà solo il ricordo: è solo questione di tempo, essendo il marmo una risorsa non rinnovabile. Questa, per fortuna, non è una prospettiva per il domani, e nemmeno per il dopodomani, ma che è comunque destinata a prendere inevitabilmente corpo in un futuro ancora da definirsi.

E nel frattempo, quali prospettive di sviluppo sussistono, sia per ottimizzare i cicli produttivi del presente dal punto di vista ambientale, economico e sociale, sia per farsi trovare pronti nel momento futuro in cui davvero si affacciasse (o meglio, nel momento in cui si affaccerà) l'opzione "chiudiamo tutto"? Ne parla oggi il "Sole" con un doppio intervento del presidente della locale associazione industriali, Alessandro Caro, e del presidente del comitato scientifico degli Ecodem toscani, Riccardo Canesi.

Il punto è che siamo di fronte ad un flusso di materia (è citato il valore di 1,2 milioni di tonnellate estratte all'anno) che va allo stato attuale orientato verso una maggiore sostenibilità, e che in prospettiva futura dovrà essere sostituito, nei suoi indotti economici e occupazionali, da attività produttive che (almeno, questa è la prospettiva ideale) garantiscano perlomeno gli stessi indotti, ma prescindendo da questo flusso.

E la prospettiva su cui confrontarsi è il modo in cui perseguire questi due obiettivi, tra loro peraltro connessi, attraverso un percorso graduale (già parzialmente attuato, rispetto all'anarchia del passato), partecipato e condiviso da tutti i possibili stakeholders. Sicuramente ha grande importanza la questione della qualità del materiale prelevato e trattato, se è vero come sostenuto da Canesi che l'export del marmo lavorato è in calo negli ultimi anni (fino al -10,4% del 2008 sul 2007) e quello di marmo grezzo è in aumento (+13,9%), e se pure è vero il dato di cui parla Caro per cui la metà "della produzione" (o più propriamente "del prelievo", trattandosi di risorsa non rinnovabile) viene esportata, e di queste 600mila tonnellate l'80% è materiale informe.

Insomma, la metà del marmo prelevato dal ventre delle Apuane carraresi viene esportata, ma i danni ambientali, paesaggistici e sociali connessi alla filiera del marmo restano in gran parte nel distretto e sono pagati da chi ci vive e lavora, peraltro a parziale scapito del potenziale valore aggiunto dato dalla vicinanza del parco regionale delle Apuane, del parco nazionale dell'appennino Tosco-emiliano e di altri territori, come la Versilia e la riviera di Ponente, a forte attrattività turistica. E inoltre sta aumentando l'export di materiale grezzo a scapito di quello già lavorato, e questo comporta ovviamente il fatto che le imprese di lavorazione locali vengono sempre di più "bypassate" dal flusso di materia in questione e dal relativo indotto economico e occupazionale.

E poi c'è la questione-inerti: sia pure in un contesto di generale inosservanza, comunque anche per gli inerti valgono le indicazioni contenute nella normativa sugli acquisti verdi nelle P.a. che imporrebbero quote di utilizzo di materiale riciclato anche per quanto attiene all'utilizzo di materiali da costruzione o da rifinitura. E allora, in un contesto di questo tipo, ha pienamente ragione Canesi a giudicare «nefasto permettere l'apertura di nuove cave di soli detriti» e a chiedere ulteriori sforzi per orientare sempre di più l'attività verso la produzione di qualità, verso l'innovazione tecnologica «a difesa dell'ambiente, del prodotto e dei lavoratori» e, aggiungiamo, incentivando ogni azione che possa portare al raccorciamento della filiera e verso una sua parziale autosufficienza (per esempio, appunto, attraverso un maggiore tasso di riciclo/riutilizzo degli inerti) senza contestualmente incidere negativamente sull'occupazione.

La prospettiva futura a lungo termine è già stata esposta. Quella a medio termine, appare ovvio, non potrà che passare (come pure sostiene Canesi) per una contingentazione della "produzione" sempre più stringente, a cui andranno accompagnate attività di consorziamento (sia effettivo, sia dal punto di vista logistico e promozionale) tra le imprese locali per superare il diffuso nanismo di esse (5,5 addetti è in media la forza lavoro aziendale) e in generale per agire in sintonia verso obiettivi comuni e per sviluppare un reale "marchio" di distretto che costituisca il fulcro delle attività promozionali, sia per il distretto del marmo sia per il territorio apuano nella sua globalità, e anche alla luce della compenetrazione con il settore turistico.

E infine, vanno riportate anche le scritte che sono rintracciabili sui muri nella zona del passo Sella, scritte che recitano «Cave = pane, Parco = fame» e che rappresentano emblematicamente il principale problema di compatibilità tra le due attività produttive (la filiera del marmo e il turismo) più significative per il distretto apuano. Una contrapposizione che ha svariati motivi e svariate concause, che investe questioni sia locali sia generali, e che evidenzia quanti passi siano ancora da fare nella politica del territorio verso una reale sostenibilità.

Giustamente il presidente degli industriali chiede di superare l'approccio spesso pregiudiziale (in un certo senso "anti-industriale") con cui viene trattata la materia da parte dei vari gruppi di interesse riconducibili alla generale categoria degli "ambientalisti", ma se veramente l'obiettivo è un «progetto di grande respiro, sostenuto da risorse adeguate e strumenti mirati», allora è ovvio che tra questi strumenti e queste risorse ci sono pure i parchi e le zone di alto valore naturalistico-paesaggistico che costellano le montagne circostanti, e che anche il sistema produttivo deve dare il suo contributo per superare questi equivoci e questi pregiudizi: il discorso (da sostenere) per cui, secondo Caro, «quando si pongono limiti allo sviluppo dettati da pregiudizi si mortifica la capacità delle società di produrre ricchezza» può essere tranquillamente ribaltato criticando i limiti che ad uno sviluppo sostenibile vengono posti da pregiudizi di questo tipo. E anche la prospettiva di non sentire più parlare di "produzione" di marmo, ma di suo "prelievo", è una di quelle piccole ma significative evoluzioni semantiche che poi possono avere risvolti enormi nella percezione comune: in fin dei conti, sono solo parole, ma parole che (è proprio il caso di dirlo) pesano come pietre.

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