
[08/11/2010] News
LIVORNO. Oggi la Commissione europea organizza a Bruxelles il workshop "Marine litter: plastic soup and more" sul problema dei rifiuti marini che riguarda tutti gli oceani del pianeta. Ogni anno, circa 10 miliardi di tonnellate di rifiuti finiscono nei mari e negli oceani, trasformati nella più grande discarica del mondo, ponendo quindi problemi ambientali, economici, sanitari e anche estetici.
Il workshop della Commissione Ue sui rifiuti marini evidenzia che «La presenza di rifiuti marini nei nostri oceani sta diventando un problema globale che richiede un intervento. Sono necessarie adeguate misure per affrontare l'impatto dei rifiuti sull'ambiente marino, sia in mare che a terra, per il quale l'opinione pubblica svolge un ruolo importante».
Il workshop nasce da una risposta data dal commissario all'ambiente s dell'Ue, Janez Potočnik, ad una interrogazione degli europarlamentari Caroline Lucas e Gerben-Jan Gerbrandy. Il seminario riunisce i principali operatori nel settore dei rifiuti marini, responsabili politici, Ong, ricercatori scientifici e il settore dei produttori di plastica e la Commissione spiega che «In una discussione orientata all'ottenimento di risultati ed aperta, il nostro obiettivo è quello di fare il punto sullo stato dell'ambiente marino in materia di rifiuti marini, tra cui la cosiddetta plastic soup, le ultime conoscenze scientifiche dei suoi (potenziali) effetti e vogliamo esplorare le possibili soluzioni».
Le cause sono da ricercare nella inadeguata gestione dei rifiuti solidi, dalla mancanza di infrastrutture e di una scarsa consapevolezza dell'opinione pubblica riguardo alle conseguenze delle sue azioni. L'obiettivo che si pone l'Ue con le sue politiche è che la quantità dei rifiuti marini non provochi ulteriori danni all'ambiente costiero e marino. Le principali fonti di rifiuti marini provengono da attività terrestri come le discariche, i fiumi e le inondazioni, gli scarichi industriali e di acque relue urbane non trattate; il turismo balneare e l'industria della pesca.
Contribuiscono anche attività marittime come trasporti marittimi e turismo e pesca, le trivellazioni petrolifere e gasiere e l'attività mineraria off-shore, gli scarichi illeciti in mare, gli attrezzi da pesca abbandonati e persi. Secondo l'Unep e la Kimo, nel Mare del Nord la metà dei rifiuti proviene dalle navi.
L'ambiente è la componente centrale della politica marittima integrata (Imp) dell'Ue e della sua Direttiva quadro sulla strategia marina (Mfsd), adottata nel 2008, che punta a raggiungere entro il 2020 il "buono stato di salute ambientale" per tutte le acque marine dell'Unione europea: la decisione ai sensi dell'articolo 9 (3) ambiente marino sui criteri del buono stato ecologico indica i rifiuti marini nel "descriptor 10" ed è finalizzata a definire «Le proprietà e le quantità di rifiuti marini che non provocano danni all'ambiente marino e costiero».
I dati ormai sono abbastanza noti: circa l'80% dei rifiuti marini è di origine terrestre; secondo uno studio di Algita del 2004 un campione di acqua marina contiene da 6 a 7 volte più plastica che plancton; secondo Oceana ogni giorno le navi da crociera sversano in mare 95.000 m3 di acque reflue dai servizi igienici e 5.420.000 m3 da lavandini, cucine e docce; ogni anno dal Mare del Nord vengono rimossi 250 tonnellate di rifiuti (fonte Kimo); 1 kg di rifiuti di plastica ogni 5 finisce negli oceani; la presenza di plastica in mare aumenta con la sua produzione.
La plastica "tradizionale" ha un problema: non è mai davvero biodegradabile e questo produce gravi danni economici alle comunità costiere, alla navigazione, al turismo ed alla pesca. Infatti l'esposizione alla luce solare non biodegrada la polastica, ma la "fotodegradazione" la divide solo in frammenti sempre più piccoli, che alla fine vengono ingeriti da oltre 180 specie marine conosciute, che li scambiano per cibo, entrando così nella catena alimentare e finendo nei nostri piatti.
Una ricerca dell'università di Plymouth ha dimostrato che i residui di plastica si frammentando nell'ambiente e che i pezzi di microscopici polimeri (micro-plastica) sono ormai presenti sulle coste e nella colonna d'acqua in tutto l'Atlantico nord-orientale. Sono stati segnalati frammenti delle dimensioni di 2μm che negli ultimi 40 anni sono in forte aumento. Il petroolio su cui si basa la plastica attrae altri prodotti chimici galleggiante nell'oceano come gli inquinanti organici persistenti (Pop) che si concentrano nei frammenti fino a un milione di volte in più dei livelli raggiunti nell'ambiente mariono, così i frammenti di plastica diventano vere e proprie pillole di veleno.
L'area dove il fenomeno è più evidente è quella del Great Pacific garbage patch (Gpgp) uno strato di spazzatura nell'Oceano Pacifico, che si è sviluppato dagli anni '50 come risultato del vortice di correnti che trasportano i rifiuti degli oceani in un'area che fluttua tra la California e le Hawaii, costituendo così quella che può essere considerata la più grande discarica del mondo: 3,5 milioni di tonnellate dio soazzatuira su un'area di 3.430.000 km2, più o meno le dimensioni dell'Europa, ma anche dalle nostre parti abbiamo qualcosa di simile: l' Atlantic Garbage Patch e vortici di spazzatura non mancano nemmeno nel Mediterraneo.
Ma non solo di mare ed oceani si tratta: i minuscoli frammenti di plastica ormai costituiscono gran parte delle nostre spiagge: in un m3 di sabbia in media ci sono 5.000 minuscole particelle di plastica. I ricercatori delle università britanniche di Plymouth e Southampton hanno scoperto nei sedimenti delle coste inglesi frammenti di nylon, poliestere e di altri 7 tipi di plastica. Ormai le spiagge sono una miscela i cui effetti sulla pelle e l'organismo umano molto probabilmente sono sottovalutati.
Ripulire gli oceani è un'opzione, ma non certo il metodo più efficiente, che è quello di prevenire i rifiuti marini: l'Ue raccomanda alcune buone pratiche quotidiane. La soluzione è affrontare il problema alla fonte. Non usare plastica usa e getta, smaltire correttamente i rifiuti; per fare la spesa utilizzare borsine di tela o sacchetti biodegradabili per fare il compost; utilizzare bottiglie di vetro; bere l'acqua del rubinetto; riparare gli oggetti rotti o riprogettarne una seconda vita; utilizzare proditti con ingredienti naturali.