[30/12/2010] News

Post Cancun: Giappone ed Australia in difficoltà con Emissions trading scheme e carbon tax

LIVORNO. Due governi di due importanti (e inquinanti) Paesi ricchi, ambedue appesi a pochi voti e ad alleanze fragili, rischiano di far saltare il debole e sofferto accordo in extremis trovato 20 giorni fa alla Cop 16 dell'Unfccc di Cancun. Il 28 dicembre il Giappone, che in Messico aveva fatto il diavolo a quattro contro la prosecuzione del Protocollo di Kyoto dopo il 2012, ha rinviato i piani per il suo Emissions trading scheme (Ets) nazionale all'aprile 2012, prostrandosi così davanti alla potente lobby industriale-finanziaria, che minacciava licenziamenti e lamentava perdite di competitività rispetto ai rivali di oltremare (leggi la Cina e gli Usa) che hanno un minor numero di normative sulle emissioni.

Il debolissimo governo del Partito democratico giapponese, al minimo dei consensi e alla ricerca di alleati per approvare il bilancio dello Stato, ha presentato in Parlamento un disegno di legge sul clima che prevede entro un anno la progettazione di un Ets nazionale. Dopo il rinvio è difficile che il disegno di legge superi le revisioni nella prossima sessione parlamentare che inizia a gennaio.

A Tokyo si presenta la stessa situazione di Washington: due "anatre zoppe" che non sono in grado di far passare le leggi su clima ed energia di fronte ad agguerrite ed eco scettiche opposizioni neoconservatrici che rispondono (e rappresentano) alle lobby industriali ed energetiche. Il ministro per la strategia nazionale del Giappone, Koichiro Gemba, che è stato nominato per esaminare le principali iniziative di "politica verde" del governo, ha detto in conferenza stampa tenuta dopo una riunione dei ministri incaricati delle questioni climatiche che per l'Ets c'è bisogno di un ulteriore studio ed ha fatto capire che è stato effettivamente accantonato, ma ha sottolineato che «Non è stato demolito completamente. Le circostanze nell'oltremare sono cambiate. Le nostre opinioni sugli Emissions trading schemes sono cambiate. Ma non abbiamo rinunciato ai piani per introdurre un Ets».

Un bruttissimo colpo, visto che il Giappone è il quinto più grosso emettitore di gas serra del mondo e che l'Ets, già discusso e approvato dal governo, avrebbe dovuto contribuire non poco a ridurre le sue emissioni entro il 2013 rispetto ai livelli del 1990, a medio termine del 25% entro il 2020 ed a lungo termine del 30% entro il 2030. All'inizio del mese però il Partito democratico aveva detto che un sistema di scambio delle emissioni potrebbe ostacolare gli investimenti in settori chiave. Si tratta dello stesso Partito che ha vinto le elezioni promettendo di tagliare velocemente le emissioni.

Gemba detto che «E' importante mantenere i tempi del "launch right"», mentre il progetto Ets in parte dipende dalle richieste del business: «Non credo che costringendo le aziende ad accettare massimali di emissioni assegnati, come in Europa, queste lavorerebbero in Giappone». Ma il target di riduzione delle emissioni previsto dal Giappone, uno dei più alti tra quelli dei Paesi più inquinanti, è praticamente impossibile da rispettare senza tagli delle emissioni di industrie, centrali elettriche uffici ed attività commerciali, che insieme rappresentano il 60% dei gas serra emessi dall'impero del Sol Levante.

Invece Tokyo mantiene gli impegni di una nuova carbon tax sulla CO2 ad ottobre del 2011 e per ampliare un piano pilota avviato nel 2009 per aumentare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Inoltre il Giappone è molto attivo nel trasferimento di tecnologie di energia pulita nei Paesi in via di sviluppo, accordi bilaterali che gli consentono di fare incetta di quote di emissioni per raggiungere i suoi obiettivi per il 2020.

Un business nel quale si sono buttate le recalcitranti (in patria) multinazionali giapponesi che hanno accettato molto volentieri incentivi per 5,2 miliardi di yen (63 milioni di dollari), già iscritti in bilancio per le società che effettueranno studi di fattibilità per queste compensazioni bilaterali nel prossimo anno fiscale, oltre di sei volte la spesa del 2010.

La decisione del governo giapponese è un duro colpo alle speranze di Cancun e soprattutto dell'Unione europea che i più grandi inquinatori del pianeta introducano sistemi di scambio delle emissioni e fa seguito alla battuta di arresto registrata anche in Corea del Sud che, dopo aver fatto incetta di premi e riconoscimenti per le sue "coraggiose" politiche di riduzione delle emissioni, ha ritardato in parlamento l'introduzione delle leggi sullo scambio delle emissioni fino a febbraio, anche a Seoul la causa del rinvio sono le esigenze delle industrie.

Non va meglio nell'Australia del Queensland devastato dalle inondazioni e del global warming al lavoro su tutta l'immensa isola-continente, dove l'opposizione della destra liberaldemocratica ha chiesto al governo federale laburista di abbandonare la carbon tax, prendendo ad esempio proprio quel che i giapponesi hanno fatto con l'Ets e statunitensi e canadesi con l'abbandono della proposte di tasse sull'elettricità che somigliavano molto a quella che sta cercando di far approvare la premier australiana Julia Gillard.

Secondo il portavoce dei liberal-democratici australiani, Greg Hunt, «Il piano della signora Gillard d'imporre un prezzo al carbonio si rivela sempre più isolato sulla scena internazionale. La decisione del Giappone costituisce una sconfitta bruciante per I piani del Partito laburista d'imporre un aumento massiccio dei prezzi dell'elettricità alle famiglie ed alle imprese australiane» Hunt ha chiesto alla Gillard «Di adottare kl'approccio dell'opposizione consistente nel mettere in campo Fondo per la riduzione delle emissioni che permetterebbe di attuare misure incentivanti a favore delle riduzioni di CO2».

I conservatori premono e attaccano dopo che la settimana scorsa il Multi-Party Climate Change Committee istituito dal governo federale ha adottato una serie di principi di base per elaborare una carbon tax, senza però fissare un modello specifico.

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