
[10/01/2011] News
NAPOLI. La diffusione mediatica del Cloud Computing che ha avuto in Europa il suo apice nel 2010 e ancor più ne vedremo nel 2011, ha sollevato numerosi dubbi, dalla convenienza alla sicurezza ed infine all‘ impatto sul clima. Personalmente ho percepito sin dall'inizio e seguito dal 2007 questa enorme rivoluzione che è il Cloud Computing, partendo dalla matrice di questa che è la virtualizzazione delle infrastrutture HW (server, network, storage).
La causa fondamentale di quasi tutti i dubbi nasce fondamentalmente dalla corretta definizione di cosa sia il Cloud Computing, cosa non banale in quanto non è possibile riassumerla in poche righe come molti in rete fanno. Generalmente nei convegni e seminari che organizzo io cito sempre la definizione del NIST (National Institute of Technology Standards), che ritengo la più corretta ed approfondita.
Le mie personali ricerche in ambito efficienza energetica dei datacenter e dei vantaggi degli automatismi che derivano da una corretta virtualizzazione e dai software di Cloud Computing Management, mi hanno portato ad evidenziare una serie di criticità in termini di consumi energetici dei datacenter che adottano soluzioni di virtualizzazione o cloud computing.
Il progetto "Make the Cloud Green" nasce come una volontà di risposta ad un documento che GreenPeace fece uscire nel 2010 dichiarando che il Cloud Computing aveva un impatto negativo sull'ambiente in quanto aumentava i consumi dei datacenter.
Essendo ambientalista e socio WWF da più di 20 anni, ho lanciato personalmente l'idea del progetto durante un consiglio di amministrazione dell' EuroCloud Italia, associazione noprofit braccio nazionale di EuroCloud Europa, di cui sono consigliere.
Ho coinvolto oltre l'EuroCloud, anche il WWF, l'Università di Napoli, e le multinazionali quali VMware, APC, SGI, Emerson.
Si è tenuto in Città della Scienza di Napoli, un primo evento il 7 giugno 2010 totalmente gratuito ed aperto al pubblico, nel quale si è tenuta una tavola rotonda da me presieduta, con le entità succitate. Inizialmente ho evidenziato come il documento di GreenPeace faceva errori di stime usando il termine Cloud o Cloud Computing in maniera impropria considerando questi due termini simili ed associabili ad internet. Inoltre giusto per informazione, l'impatto mondiale sui consumi energetici e quindi le emissioni di CO2, da parte di tutto ciò che è ICT è veramente irrisorio rispetto il totale.
Successivamente analizzo la definizione del NIST sollevando il dubbio su un preciso punto in cui non si specifica come debba essere realizzata una Cloud Infrastructure, punto che può portare ad una progettazione obsoleta con conseguente aumento dei consumi energetici e quindi pubblico un schema della potenzialità green delle soluzioni in Cloud Computing attenendoci alla mancanza di precisione nella definizione ( vedi. pag 11 delle slide http://www.slideshare.net/fabioce/cloud-computing-e-data-center-cenni-sulle-tecnologie-orientate-al-green ). Seguono cenni sul funzionamento di un datacenter e su tutti i punti in cui è possibile intervenire ed efficientare. Punti che sono poi stati approfonditi su mio invito dai rappresentanti delle multinazionali citate. Vi invito a leggere il sommario dell'evento.
Punti focali della discussione sono stati la virtualizzazione che porta con sè la più alta percentuale di efficientamento energetico di un datacenter (circa 70% sui server). Gli automatismi di Power Management che accendono e spengono i server all'occasione. L'alimentazione in corrente continua degli apparati può contribuire a guadagnare circa il 30% dei consumi dei server. La temperatura di lavoro dei processori è stato un terreno di scontro tra SGI e gli altri. SGI dichiara che non è necessario tenere le CPU a 21-22 gradi centigradi, ma queste possono lavorare benissimo anche superando i 30 fino ai 40-42 gradi. APC ed Emerson invece si battono per i corridoi caldi e freddi, ma entrambi ritengono fondamentale colpire il caldo nel punto dove si genera senza disperdere il calore nella sala e quindi raffreddare la sala.
Da parte del WWF c'era il Prof Sergio Ulgiati (comitato scientifico nazionale WWF) che ha commentato in finale l'importanza di tutto quello che si è detto e di come un processo produttivo di calore quale un datacenter, magari potrebbe anzicchè essere raffreddato consumando ulteriore energia, essere utilizzato per riscaldare ambienti. Effettivamente IBM ha recentemente costruito un datacenter che riscalda una piscina oppure altrove nei paesi freddi, il raffreddamento può semplicemente venire dall'ambiente esterno, vedi l' Islanda che offre i propri siti per costruire datacenter meno costosi.
Ho lanciato un'idea durante l'evento che era quella di un certificato Green della soluzione cloud, dove le associazioni come l' EuroCloud ed il WWF con le università potrebbero in quanto super partes farvi parte. Allo stato attuale il progetto è in attesa di fondi per studiare i punti che sono stati sollevati, come la temperatura di lavoro delle CPU o i corridoi caldo freddo. Il documento dovrà anche prevedere una serie di sessioni di misura sul campo o in laboratorio, magari seguire o proporre qualche progetto di efficientamento, da questo punto di vista cerchiamo di contattare coloro che sappiamo avere enormi datacenter, come le TLC, per organizzare delle visite guidate con le imprese citate.
A conclusione posso dire che il Cloud Computing ha enormi potenzialità di poter ridurre notevolmente i consumi energetici dei datacenter, ma occorrono sforzi progettuali ed economici e magari riuscire ad essere indipendenti dai vendor, perchè probabilmente la migliore soluzioni potrebbe sicuramente essere un insieme delle varie proposte commerciali. Di sicuro c'è che il non adottare le logiche della virtualizzazione e del Cloud Computing porta a non efficientare i consumi energetici, pertanto il vecchio approccio è molto meno Green del Cloud.