
[13/01/2011] News
LIVORNO. "Un cappuccino in vetro, con caffè ristretto, latte tiepido, senza schiuma e con una spruzzata di cacao". La battuta che da sempre fotografa l'attitudine italiana alla complicazione e se vogliamo anche la successiva e logica conseguenza dello ‘sgamotage' (neologismo azzeccatissimo), è la prima cosa che viene a mente se si prova a dare una lettura più approfondita dei quesiti referendari ammessi ieri dalla Corte costituzionale.
Prendiamo in esame dunque i due quesiti relativi all'acqua lasciando da parte per il momento quello sul nucleare e quello sui processi di premier e ministri. Il primo quesito per il quale ieri è arrivato il via libera della corte costituzionale è quello che riguarda la richiesta di abrogare l'articolo 23 bis (sui "servizi pubblici locali di rilevanza economica") del decreto legge 112 del 2008.
Bene. Che cosa faceva in sostanza questo articolo 23 bis? Abrogava un altro articolo, ovvero l'articolo 113 del Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Ergo qualora passasse il referendum di fatto si abrogherebbe l'abrogazione (del 113) e questo farebbe dunque pensare a un ritorno all'inhouse comunitaria, visto che il 23 bis aveva invece introdotto l'inhouse all'italiana, ben più stringente tanto da doverci mettere una pezza dopo.
«Se questa fosse l'interpretazione corretta - spiega il direttore di Cispel Confservizi Andrea Sbandati - vorrebbe dire che la cosa non è poi così drammatica tornando di fatto al regime di inhouse comunitario». Ma per capire se questa sarà l'interpretazione corretta dovremo aspettare il 10 febbraio, data entro cui la Corte costituzionale motiverà le sentenze di ammissibilità dei risultati.
«Anche perché - prosegue Sbandati - i giuristi discutono da anni dell'efficacia di un'abrogazione di una abrogazione precedente. Solo in base a cosa verrà scritto nella sentenza potremo commentare questo quesito, anche perché non credo che la Corte vorrebbe consegnare tutti i servizi pubblici in mano a un vuoto normativo».
Già, perché l'altro particolare riguarda il fatto che il 23 bis non norma solo il servizio idrico, ma tutti i servizi pubblici locali, rifiuti e trasporti compresi!
Altro quesito altra complicazione. Il secondo referendum ammesso sull'acqua infatti chiede l'abrogazione del primo comma dell'articolo 154 del testo unico sull'ambiente (il 152 del 2006) che mira a cancellare la previsione secondo la quale la tariffa viene determinata anche in base all'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e non solo rispetto alla qualità della risorsa idrica e del servizio fornito.
«Questo quesito mi preoccupa di più perché farebbe saltare tutti i piani di ambito. Senza remunerazione del capitale - spiega ancora Sbandati - gli investimenti si fanno solo in due modi: o con i soldi pubblici, oppure dotando le società pubbliche di capitalizzazioni molto alte. Queste prospettive non sono realistiche oggi in Italia, quindi in caso di vittoria di questo referendum il risultato sarà non tanto evitare l'arricchimento delle multinazionali bensì quello di azzerare tutti gli investimenti previsti nei piani industriali».
In questo caso il commento di Cispel - chiaramente di parte trattandosi della confederazione delle imprese di pubblici servizi della Toscana - pare essere quanto meno comprensibile. Ma anche in questo caso la cosa non è poi così tanto lineare se si pensa che poche settimane fa la sentenza 325 della stessa Corte costituzionale sui ricorsi delle regioni ha riconosciuto il servizio idrico come servizio a rilevanza economica: «Se dunque il servizio idrico è di natura economica - conclude Sbandati - risulta difficile credere che la corte si contraddico entro così poco tempo pensando che sia ammissibile abrogare un presupposto dell'interesse economico».
Ergo? Fino alla pubblicazione della sentenza sarà difficile avere un'idea chiara almeno su questi due quesiti, anche per noi che siamo e resteremo dalla parte del pubblico, senza comunque omettere di evidenziare le contraddizioni (a partire dal fatto che liberalizzare non è privatizzare), le storture (sui rifiuti si dice l'opposto) e i pericoli (l'inceppamento degli investimenti).
E magari dopo il cappuccino un bicchiere d'acqua a parte, liscia e a temperatura ambiente!