[31/01/2011] News

Lo sviluppo sostenibile di Davos e la complessità della globalizzazione

LIVORNO. La diseguaglianza sociale ha tenuto  banco a Davos. E non è una banalità. Anche perché mentre fino ad ieri la diseguaglianza era quella tra Paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, o emergenti, oggi quello che fa più paura pare essere la "diseguaglianza domestica" , che scava solchi sempre più profondi all'interno dei singoli paesi, preparando fertile terreno per quelle rivolte sociali che spaventano tanto i potentati nordafricani e non solo. Lo aveva accennato in apertura di forum lo stesso Klaus Schwab, che il Word economic forum lo aveva fondato esattamente 40 anni fa, e questo timore sottopelle ha attraversato tutto i lavori del forum. Oggi Federico Rampini su Affari e finanza prova a chiudere il cerchio dei commenti su Davos partendo dallo studio pubblicato  da Brookings Institution che con malcelato ottimismo stima  che negli ultimi 5 anni mezzo miliardo di persone sono uscite dalla povertà estrema.

Il dato più significativo però  non è la notizia in sé (che in realtà pare tutta da verificare, anche perché si inserisce nel solco della tradizione che voleva automaticamente  affermare che con la crescita, a cascata, tutti sarebbero stati meglio), bensì la conferma  della complessità della globalizzazione e dei suoi effetti:  la stagnazione occidentale è solo una delle tante facce della situazione attuale. E anche che il rallentamento dei consumi (e della produzione) occidentale non solo non è rallentamento dei consumi (e della produzione, e dei flussi di materia, e della produzione dei rifiuti) in generale, ma ne è, suo malgrado e controvoglia, la risultante diretta e indiretta.

Appare chiaro che in questo contesto c'è un convitato di pietra: attualmente non esistono e né purtroppo sono all'orizzonte strumenti di governo globale delle dinamiche in atto, e tutto è demandato a forum e convegni che si muovono e agiscono (se lo fanno e quando lo fanno) con elefantiaca lentezza e pesantezza. Mentre guarda caso gli operatori economici anticipano quegli orientamenti che la politica riesce, quando ci riesce, a registrare solo ex post. A leggere il resoconto degli interventi   che lo stesso Rampini fa su Repubblica di sabato sembra di ascoltare una riunione di redazione di greenreport. Ma invece ad indicare lo sviluppo sostenibile come unica via d'uscita  sono personaggi come  Stanley Fischer, ex direttore generale del Fondo monetario e oggi governatore della banca centrale israeliana, il sindacalista tedesco Peter Waldorff, Robert Johnson dell'Institute for New Economic Thinking, o Aron Cramer che dirige a San Francisco l'organizzazione The Business of a Better World, che censisce tutte le iniziative imprenditoriali che contribuiscono allo sviluppo sostenibile.

Le best practices in campo ambientale vengono poi presentate dagli industriali europei dell'eolico, dal docente di scienze ambientali a Berkeley, che ha brevettato una nuova applicazione per l'iPhone e il Blackberry che permette di calcolare la "sostenibilità ambientale" di ogni prodotto venduto sugli scaffali dei supermercati. Ma c'è anche il direttore esecutivo dei grandi magazzini inglesi Marks & Spencer, che snocciola i 5 obiettivi da raggiungere al 2015: «Primo, vendere solo prodotti "carbon neutral", che neutralizzino le emissioni di CO2. Secondo, zero rifiuti, ci impegniamo a recuperare gli scarti o a vendere solo prodotti riciclabili. Terzo, le materie prime utilizzate devono essere sostenibili, rinnovabili. Quarto, praticare il Free Trade, con la garanzia di equi salari anche nelle fabbriche dei paesi emergenti che ci riforniscono. Quinto, prodotti che garantiscano la massima salute per i consumatori».

Anche i tempi dell'economia sono estremamente più lenti di quelli della finanziarizzazione (che in pochi secondi ha stabilito che la rivolta sociale egiziana doveva tradursi in una minaccia di shock petrolifero, a prescindere dalla risorsa), ma sembrerebbero comunque più celeri di quelli della politica.

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