[08/09/2009] News

Dalla Nuova Guinea al marciapiede dietro casa: mondi nascosti e perdita di biodiversità

FIRENZE. Secondo stime Wwf, il numero di specie viventi attualmente conosciute si aggira sui 1,7-1,8 milioni. Di esse, quasi un milione è costituito da insetti, in buona parte (400.000 specie) coleotteri. Sulle specie sconosciute, è intuibile come i numeri siano molto variabili: si va da stime di 6,8 milioni ad altre sui 7 milioni per i valori considerati da vari studiosi come più probabili, ma queste valutazioni sono solo quelle più attendibili all'interno di range ipotetici che vanno da 3 a 100 milioni.

Peraltro, oltre al fatto che ogni anno vengono scoperte circa 13.000 nuove specie, occorre considerare che, anche se i tempi dell'evoluzione su larga scala sono molto lunghi, prosegue quotidianamente un processo di speciazione (cioè il contraltare dell'estinzione) che, magari tramite la mutazione di un singolo allele su una singola catena di Dna in un singolo animale, ma comunque porta ad una differenziazione tale da potersi considerare, appunto, avvenuta la nascita di una nuova specie. E questo complica le cose.

Questo il contesto in cui va inserita la vicenda, riportata da "Repubblica" di oggi, relativa alla scoperta di un "mondo perduto" nel cratere di un vulcano spento sull'isola di Papua nuova Guinea. Un luogo che la configurazione geografica, la bassa densità di popolazione nelle aree circostanti e la casualità degli eventi ha portato ad essere pressoché intoccato dai processi evolutivi, e dove quindi sono rintracciabili specie iper-adattate ad un habitat che si è mantenuto costante ed ecologicamente isolato nel tempo.

Da qui la sorpresa che i ricercatori, almeno secondo quanto riportato dal quotidiano romano, hanno espresso nel ritrovarsi davanti ad adattamenti (il topo più grande del mondo, la rana dentata, il pesce che grugnisce) prima non riscontrati da altre parti del globo.

Il punto, comunque, è che l'indubbia ricchezza che caratterizza il luogo non deve far dimenticare che il processo di studio degli habitat finora inesplorati ha enormi passi in avanti da fare anche nei paesi occidentali: se noi pensiamo ad un "luogo inesplorato", solitamente ci immaginiamo un mondo sepolto nel folto della giungla, come in questo caso, o negli abissi oceanici, o ancor più nello spazio celeste.

Ma sopra un muro coperto di parietali, o nelle crepe di un marciapiede, o tra i fili dell'erba di un parco pubblico, si possono nascondere banali erbacce e insetti comuni, oppure possono essere racchiusi scrigni di biodiversità tuttora sconosciuti che, in piccolo, replicano la ricchezza di nuove specie che caratterizza il vulcano Bosavi.

E, lasciando perdere i micro-habitat che si instaurano in mini-nicchie ecologiche - ed evitando anche di addentrarci in considerazioni relative agli ambiti batterici e micro-biologici, per non complicare la questione - occorre pensare alle miriadi di specie (ovviamente stiamo parlando soprattutto di esseri viventi di piccole dimensioni, ma non mancano eccezioni soprattutto per quanto riguarda gli ecosistemi marini) che popolano le nostre zone, e che tuttora non hanno ricevuto né gli onori della cronaca né, soprattutto, un processo di riconoscimento, di studio e di analisi sistematica.

"Beh, c'è tempo per farlo" - si potrebbe rispondere a questa considerazione, ma sarebbe una posizione errata: come ha ricordato più volte (e in particolare il 3 luglio scorso) Gianfranco Bologna dalle pagine di greenreport, infatti, l'Europa si avvia a non rispettare gli impegni da essa assunti per il 2010 nell'ambito del percorso che la comunità globale sta compiendo in direzione della riduzione della perdita di biodiversità, un percorso che attraverso vari step (fra cui spicca il Millennium ecosystem assesment del 2005) dovrebbe condurre, nelle intenzioni, alla creazione di quella che è stata chiamata "l'Ipcc della biodiversità" o comunque ad una vera azione coordinata tra le varie nazioni per attuare strategie condivise e basate sulla condivisione dei progressi scientifici compiuti dalle varie comunità.

E, come spiegato da Bologna, «il target 2010 nell'ambito della Comunità Europea non sarà raggiunto. L'assessment fatto dall'Europe environment agency (..) dimostra che la biodiversità europea resta sotto seria pressione e l'attuale risposta politica a questo terribile fenomeno è assolutamente insufficiente a bloccare il generale declino della biodiversità».

Ed è intuibile che per attuare strategie di difesa delle biodiversità necessita che essa sia studiata profondamente, non solo nei suoi aspetti più evidenti e nei luoghi più sperduti ma anche (e soprattutto, almeno per quanto attiene al Vecchio continente) all'interno di quei micro-mondi nascosti dietro ogni angolo e sotto ogni cm di terreno, le cui dinamiche ecologiche influiscono poi (spesso in maniera determinante) su quelle delle specie "maggiori" o meglio conosciute.

E, se anche l'Europa è indietro in questo percorso di studio, non si aprono decisamente prospettive edificanti per il futuro proseguire dell'opera di difesa della diversità biologica su scala planetaria.

Comunque, va anche ricordato che, rispetto al "quasi niente" che praticamente si faceva a livello di comunità globale fino agli inizi degli anni '90 del secolo scorso, già siamo di fronte a significativi passi avanti, e tra le altre cose un precursore dell'Ipcc della biodiversità sopra auspicato è già in atto, prende il nome di Isbes (International platform on biodiversity and ecosystem services), e si riunirà dal 5 al 9 ottobre prossimi in un meeting presso la sede mondiale dell'Unep, a Nairobi (Kenya).

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