[15/09/2009] News

Messico e Argentina vincitori a sorpresa nella gara per l'economia "climate friendly"

LIVORNO. «I Paesi del mondo che si adattano più rapidamente a un basso livello di carbonio saranno in grado di fornire una prosperità duratura per i loro cittadini» E' questa la conclusione più importante che emerge dal G20 "Low carbon competitiveness report" realizzato da Third generation environmentalism (E3G) e dall'australiano Climate institute che fornisce la prima valutazione approfondita e l'indice di competitività per le basse emissioni di CO2 tra i paesi del G20 ad una settimana dai summit dei leader mondiali a New York e al G20 di Pittsburgh.

Il G20 Low carbon competitiveness report è stato realizzato su richiesta dell'agenzia di consulenza economica londinese Vivid Economics, si concentra sulle grandi economie mondiali del G20 che insieme rappresentano circa il  75% del Pil mondiale e il 70% delle emissioni globali di gas serra.

Il rapporto stila la classifica del G20 utilizzando tre parametri principali:

- Low carbon competitiveness index: che misura l'attuale capacita di ogni Paese di essere competitivo e di produrre la il benessere materiale per i suoi cittadini in un mondo low carbon, sulla base delle attuali politiche ed indicatori;

- Low carbon improvement index: che misura la capacità dei vari Paesi  di migliorare la loro carbon productivity e la loro crescita

- Low carbon gap index: la differenza tra il tasso di miglioramento  nelle emissioni di CO2 e quanto sarebbe davvero necessario per ogni Paese, in relazione alle loro previsioni di crescita economica, per riuscire a rispettare I livelli di emissioni per stabilizzare a 450 ppm la CO2 atmosferica, che potrebbe dare un 50% dio possibilità di limitare il riscaldamento globale a 2 gradi in più.

Nella sua prefazione al rapporto, il noto economista britannico Nicholas Stern scrive: «La ripresa economica mondiale è un'occasione ideale per i Paesi per orientarsi verso una crescita a bassa intensità di carbonio. I Paesi che non coglieranno questa occasione metteranno a repentaglio la loro competitività e vedranno diminuire la loro prosperità futura».

E' probabilmente quello che, senza un cambiamento deciso di passo sta accedendo all'Italia  a metà classifica in tutte le tabelle sulla situazione attuale allegate al rapporto, quasi sempre in fondo alla lista dei G8 (anche se con qualche buona performance) e con dati che precipitano verso il basso per quel che riguarda le prospettive future di mantenimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra e di innovazione e risparmio energetico, spesso subito a ridosso dei Paesi asiatici del G20 o di Russia ed Arabia Saudita, Paesi che non brillano certo per il loro impegno in materia ambientale e che hanno a disposizione immense quantità di materie prime delle quali l'Italia non dispone. 

Secondo E3G i dati più significativi sono che 3 Paesi europei, Francia, Gran Bretagna e Germania, sono attualmente i "front-runners" nella transizione verso un mondo a basso tenore di carbonio, in gran parte grazie ai cambiamenti economici e strutturali avviati nel 1990, ma alcune economie emergenti stanno recuperando in fretta.

Infatti, il buon risultato della Francia nasconde la sua estrema dipendenza dall'energia nucleare, mentre la Gran Bretagna è troppo dipendente dal gas, entrambe energie non rinnovabili.

Il primato europeo potrebbe durare abbastanza poco, visto che gli Stati Uniti con le nuove politiche avviate da Obama «hanno il potenziale per essere un grande vincitore della rivoluzione energetica pulita, ma sono frenati dalla  relativamente alta intensità di carbonio delle  infrastrutture e dall'utilizzo elevato di energia nel settore dei trasporti».

L'attuale buona posizione del Giappone è in pericolo: nonostante l'utilizzo massiccio del nucleare, dagli anni 90 ad oggi il suo miglioramento in termini di emissioni ed intensità di CO2 è stato uno dei più bassi di tutti i paesi del G20, solo davanti a Brasile e Arabia Saudita. Le cose potrebbero cambiare con la recente vittoria del Partito democratico cg he punta molto sulla green economy.

Va meglio ad un altro protagonista asiatico, la Corea del Sud che si sta posizionando per diventare un "front-runner", mentre altre economie emergenti come SudafricaMessico, sono la strada che porta a migliorare la loro carbon productivity. Cosa che non riescono a fare la maggior parte dei Paesi del G20 (Italia compresa) che «non riescono a fornire i miglioramenti nella produttività di carbonio necessaria per fornire una possibilità di combattere di limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi», con l'eccezione di Messico e Argentina, seguiti da Cina, Sud Africa e Germania, che stanno facendo al riguardo i progressi migliori.
Eppure, secondo il chief executive di E3G, Nick Mabey, «C' è un crescente consenso a livello mondiale sul fatto che il nostro miglior percorso verso una forte ripresa economica si basi su una transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, meno vulnerabile».

La domanda alla quale vuole rispondere il rapporto è «quanto velocemente possiamo arrivarci e quali Paesi sono nella posizione migliore per beneficiare della transizione», la risposta che dà l'amministratore delegato del Climate Institute, John Connor, è che «I Paesi con politiche attive per il passaggio a tecnologie basse emissioni di carbonio saranno più competitivi di quelli che si aggrappano allo status quo. I front-runners di oggi, come l'Europa e il Giappone, scivoleranno indietro, a meno che non investano nelle industrie del futuro. I leader mondiali che la prossima settimana su i riuniranno nei vertici Onu e del G20 devono aumentare gli incentivi finanziari e gli investimenti per le tecnologie pulite nei paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Questo sarà fondamentale per la costruzione di un risultato ambizioso a Copenhagen, che potrebbe essere il motore per la crescita basse emissioni di carbonio per i decenni a venire».

Torna all'archivio