Gli scimpanzé non sono razzisti e non conoscono confini
Rivelata la recente connettività genetica tra sottospecie di scimpanzé, nonostante gli eventi di isolamento passati. Ma l’impatto antropico sta cambiando tutto
[8 Marzo 2021]
Proprio come noi, gli scimpanzé, occupano habitat diversi e mostrano ampie variazioni comportamentali. Nonostante quel che credono i razzisti e alcuni fanatici religiosi, la variazione genetica umana non ha prodotto razze, ma solo alcune aree di adattamento genetico locale. Invece, gli scimpanzé sono divisi in 4 sottospecie separate da barriere geografiche come i fiumi.
Precedenti studi che tentavano di comprendere le storie della popolazione globale di scimpanzé in natura sono stati limitati da una scarsa distribuzione geografica dei campioni, da campioni di origine incerta o da diversi tipi di marcatori genetici. Per questo, alcuni studi hanno mostrato chiare separazioni tra le sottospecie di scimpanzé, mentre altri suggeriscono un gradiente genetico tra le specie come negli esseri umani. Inoltre gli scimpanzè sono fortemente territoriali e gli scontri, anche cruenti, tra le diverse tribù sono abbastanza usuali. E anche in questo ci somigliano molto.
Per risolvere questa dicotomia, un team di ricercatori internazionali guidati dal Programma panafricano The Cultured Chimpanzee (PanAf), dal Max-Planck-Instituts für evolutionäre Anthropologiee (MPI- EVA) del Deutschen Zentrums für integrative Biodiversitätsforschung (iDiv) in 8 anni hanno raccolto oltre 5000 campioni fecali in 55 siti di 18 Paesi in tutto l’areale degli scimpanzé, un lavoro che ha portato alle pubblicazione su Communications Biology dello studio “Recent genetic connectivity and clinal variation in chimpanzees”.
Mimi Arandjelovic, co-direttrice di PanAf e autrice senior dello studio, sottolinea che «Questo è, fino ad oggi, di gran lunga il campionamento più completo della specie, con una posizione di origine nota per ogni campione, affrontando così i limiti di campionamento degli studi precedenti, La raccolta di questi campioni è stata spesso un compito arduo per i nostri fantastici team sul campo. Gli scimpanzé erano quasi tutti disabituati alla presenza umana, quindi ci sono volute molta pazienza, abilità e fortuna per trovare sterco di scimpanzé in ciascuno di questi siti».
Il principale autore dello studio, Jack Lester del MPI-EVA, spiega: «Abbiamo utilizzato marcatori genetici in rapida evoluzione che riflettono la storia recente della popolazione delle specie e, in combinazione con il denso campionamento in tutto il loro areale, dimostriamo che le sottospecie di scimpanzé sono state collegate, o, più probabilmente, ricollegate, per lunghi periodi durante la più recente espansione massima delle foreste africane».
Quindi, sebbene gli scimpanzé siano stati separati in diverse sottospecie nel loro lontano passato, prima del sorgere dei recenti disturbi antropogenici, le barriere geografiche specifiche della sottospecie oggi proposte erano permeabili alla dispersione degli scimpanzé.
Un altro autore dello studio, Paolo Gratton dell’niversità di Roma Tor Vergata, aggiunge: «E’ opinione diffusa che gli scimpanzé siano sopravvissuti nei rifugi forestali durante i periodi glaciali, cosa che probabilmente è stata responsabile dell’isolamento di gruppi di popolazioni che noi ora riconosciamo come sottospecie. I nostri risultati dai marcatori di DNA di microsatelliti in rapida evoluzione indicano tuttavia che la connettività genetica nei millenni più recenti rispecchia principalmente la distanza geografica e fattori locali, mascherando le suddivisioni delle sottospecie più vecchie».
Inoltre, per Hjalmar Kuehl, co-direttore del PanAf e iDiv), «Questi risultati suggeriscono che la grande diversità comportamentale osservata negli scimpanzé non è quindi dovuta all’adattamento genetico locale ma che si basano sulla flessibilità comportamentale, per rispondere ai cambiamenti nel loro ambiente, proprio come gli esseri umani».
Il team di scienziati ha anche osservato segnali di riduzione della diversità in alcuni siti che sembrano essere associati a recenti pressioni antropiche. Infatti, in alcune località, i team PanAf non hanno avvistato nessuno scimpanzé o ne hanno rilevato molti pochi negli ultimi decenni. Lester ammette: «Anche se non era imprevisto, siamo rimasti scoraggiati nel constatare già l’influenza degli impatti umani in alcuni siti in cui la diversità genetica era notevolmente inferiore a quanto ci aspettavamo».
Questi risultati evidenziano l’importanza della connettività genetica per gli scimpanzé nella loro storia recente. Christophe Boesch, co-direttore del PanAf e direttore della Wild Chimpanzee Foundation al o MPI–EVA, conclude: «Dovrebbe essere fatto ogni sforzo per ristabilire e mantenere i corridoi di dispersione in tutto il loro raggio d’azione, forse con un’attenzione particolare alle aree protette transnazionali. E’ noto che gli scimpanzé sono adattabili ai disturbi umani e possono sopravvivere in territori modificati dall’uomo, tuttavia, la perdita di habitat, le malattie zoonotiche, la caccia per la selvaggina e il commercio di animali domestici sono tutte minacce alla sopravvivenza degli scimpanzé. Questi risultati ci avvertono sui futuri impatti critici sulla loro salute e vitalità genetica se la frammentazione e l’isolamento degli habitat continueranno senza sosta».