Non tutti i cinghiali vengono per nuocere

Alcuni cinghiali autoctoni “coltivano” la biodiversità delle foreste pluviali

[11 Marzo 2021]

I maiali selvatici sono spesso (e in alcuni casi giustamente) considerati dei distruttori invasivi dell’ecosistema, ma lo studio “Wildlife disturbances as a source of conspecific negative density-dependent mortality in tropical trees”, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B da un team di ricercatori australiani, statunitensi e malesi, ha scoperto che, nei loro habitat nativi, i cinghiali sono dei “coltivatori” di foreste pluviali biodiverse.

Il team guidato da Matthew Scott Luskin della School of biological sciences dell’università del Queensland ha studiato gli effetti dei maiali selvatici autoctoni nelle foreste pluviali malesi e ha scoperto che «I loro covi possono essere fondamentali per mantenere comunità di alberi diversificate ed equilibrate».

Luskin, che lavora anche al Forest global Earth observatory dello Smithsonian Tropical Research Institute e all’Asian school of the environment della Nanyang Technological University di Singapore, spiega: «Abbiamo dimostrato che i maiali selvatici possono supportare ecosistemi ad alta diversità e non sono solo nocivi e parassiti, grazie a un effetto benefico delle loro pratiche di “nidificazione”. Prima di partorire, i maiali selvatici costruiscono covi da parto costituiti da centinaia di piantine di alberi, di solito in luoghi piatti e asciutti nella foresta. Mentre costruiscono i loro nidi, i maiali uccidono molte delle piantine dominanti e riducono inavvertitamente l’abbondanza delle specie di alberi dominanti localmente, ma di solito non le specie locali più rare, sostenendo la diversità degli alberi».

Luskin ricorda che i maiali selvatici (Sus scrofa), i nostri cinghiali, «Discendono dalla stessa specie di suini domestici ed entrambi sono stati generalmente considerati parassiti da agricoltori, gestori del territorio e ambientalisti. I loro impatti negativi sugli ecosistemi naturali e coltivati ​​sono stati ben documentati, dai disturbi del suolo agli attacchi al bestiame appena nato».

Il nuovo studio è il primo a collegare i “cinghiali” a questo meccanismo chiave per il mantenimento di foreste pluviali iper-diversificate.

I ricercatori hanno taggato più di 30.000 piantine di alberi in una foresta pluviale malese e, dopo aver recuperato più di 1800 di quei tag degli alberi da più di 200 siti di parto dei suini, sono stati in grado di esaminare come è cambiata la diversità degli alberi nelle aree in cui i maiali facevano i loro covi.

Luskin  commenta: «Si potrebbero  considerare i maiali dei “giardinieri forestali accidentali” che potano le piantine comuni e mantengono inavvertitamente la diversità. In molte regioni, ci si concentra sulla gestione di popolazioni di suini sovrabbondanti per limitare i loro impatti ambientali negativi. Ma i nostri risultati suggeriscono che ci possono essere alcuni aspetti positivi nel mantenere i suini nell’ecosistema».

Ma lo stesso Luskin avverte: «Poiché il lavoro sul campo è stato condotto in Malaysia,  dove i maiali sono autoctoni, gli impatti dei suini invasivi in ​​Australia potrebbero non creare effetti simili. Attualmente stiamo progettando una nuova ricerca per studiare gli stessi processi innescati dai suini qui nel Queensland. E confronteremo anche i nostri primi risultati malesi con le condizioni in una vicina foresta malese dove si caccia fortemente e dove sono stati uccisi molti maiali autoctoni».

Lo scienziato australiano conclude: «E’ un’intuizione intrigante, dato che i maiali sono diventati l’animale di grandi dimensioni più diffuso sulla terra, quindi documentare qualsiasi nuovo impatto ecologico ha enormi ripercussioni a livello globale».