Il gigantesco megalodon era a sangue caldo
Ma il suo metabolismo potrebbe averlo portato all’estinzione. Succederà anche allo squalo bianco?
[28 Giugno 2023]
Il nuovo studio “Endothermic physiology of extinct megatooth sharks”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatoi stunitensi e tedeschi dimostta che il gigantesco squalo Megalodon (Otodus megalodon), che visse negli oceani del mondo da 23 milioni a 3,6 milioni di anni fa, era a sangue caldo.
Lo studio, ideato e condotto da Michael Griffiths e Martin Becker del Department of environmental science della William Paterson University del New Jersey, ha utilizzato denti fossili per determinare che la temperatura corporea del Megalodon era molto più alta di quanto si pensasse in precedenza.
Precedenti studi avevano già ipotizzato che il Megalodon fosse a sangue caldo, o più precisamente endotermico a livello regionale, proprio come alcuni squali modern, ma si trattava di mere ipotesi e il nuovo studio fornisce la prima prova empirica che il grande squalo estinto fosse a sangue caldo.
Il team di ricerca ha utilizzato una nuova tecnica geochimica, che coinvolge la termometria degli isotopi raggruppati e la termometria degli isotopi dell’ossigeno fosfato, per testare l’ipotesi dell’endotermia del megalodonte e Griffith sottolinea che «Gli studi che utilizzano questi metodi hanno dimostrato che sono particolarmente utili per dedurre le termo-fisiologie di vertebrati fossili di origini metaboliche “sconosciute”, confrontando la loro temperatura corporea con quella di fossili coesistenti con metabolismi “conosciuti”.
Alla William Paterson University spiegano che «La termometria degli isotopi raggruppati si basa sulla preferenza termodinamica per due o più isotopi “più pesanti” di un particolare elemento (grazie a neutroni extra nel nucleo), come il carbonio-13 e l’ossigeno-18, per formare legami in un reticolo minerale basato sulle temperature di mineralizzazione. Il grado in cui questi isotopi si legano o si “aggregano” può quindi rivelare la temperatura alla quale si è formato il minerale. La termometria degli isotopi dell’ossigeno fosfato si basa sul principio che il rapporto tra gli isotopi stabili dell’ossigeno, ossigeno-18 e ossigeno-16, nei minerali fosfatici dipende dalla temperatura dell’acqua corporea da cui si sono formati».
Il nuovo studio ha così scoperto che «Megalodon aveva temperature corporee significativamente più alte rispetto agli squali considerati a sangue freddo o ectotermici, coerente con il fatto che lo squalo fossile avesse un grado di produzione di calore interno come fanno i moderni animali a sangue caldo. Tra gli squali dei giorni nostri con endotermia regionale c’è un gruppo che include mako e grandi squali bianchi con la temperatura corporea media precedentemente riportata compresa tra 22,0 e 26,6° C, che può essere da 10 a 21° C superiore alla temperatura ambiente dell’oceano. Il nuovo studio suggerisce che Megalodon aveva una temperatura corporea media complessiva di circa 27° C».
Sull’Otodus megalodon esiste una ricca documentazione fossile, ma la sua biologia resta poco conosciuta, come per la maggior parte degli altri squali estinti, perché nella documentazione fossile non esiste nessuno scheletro completo di questo gigantesco pesce cartilagineo, ma i suoi abbondanti denti si sono rivelati un portale per decifrare il suo passato
Uno degli autori dello studio, Kenshu Shimada della DePaul University di Chicago e dello Sternberg Museum of Natural History cdella Fort Hays State University, ricorda che «Otodus megalodon era uno dei più grandi carnivori mai esistiti e decifrare la biologia di questo squalo preistorico fornisce indizi cruciali sui ruoli ecologici ed evolutivi che i grandi carnivori hanno svolto sugli ecosistemi marini attraverso il tempo geologico»
La capacità di Otodus megalodon di regolare la temperatura corporea è frutto di un’antichissima evoluzione che gli ha permesso di dib ventare un gigante dei mari. Precedenti indagini geochimiche di Griffiths, Becker e dei loro colleghi avevanosuggerito che Otodus megalodon fosse un importante predatore all’apice della catena alimentare marina. Ma i ricercatori fanno notare che proprio «Gli elevati bisogni metabolici associati al mantenimento del sangue caldo potrebbero aver contribuito all’estinzione della specie»i.
Griffiths conclude: «Poiché il megalodonte si è estinto in un periodo di cambiamenti estremi del clima e del livello del mare, che hanno influito sulla distribuzione e sul tipo di prede, il nostro nuovo studio fa luce sulla vulnerabilità dei grandi predatori marini all’apice, come il grande squalo bianco, a fattori di stress come il cambiamento climatico. Sono necesssari sforzi di conservazione per proteggere le moderne specie di squali».