Quadro allarmante: cresce il numero delle imprese inquinanti che fanno causa ai governi contro le norme su clima e 'ambiente. Nel 2020 le cause in tutto il mondo supereranno quota 1000
Processo al futuro: ecco come le compagnie fossili denunciano gli Stati per bloccare la transizione ecologica
Fairwatch, Terra! e Cospe: «L'agenda commerciale italiana ed Europea oggi è incompatibile con il Green New Deal»
[22 Gennaio 2020]
In occasione del 50esimo World economic forum in corso a Davos, Fairwatch, Terra! e Cospe hanno presentato il nuovo rapporto “Processo al futuro” che «rivela la strategia delle compagnie fossili per bloccare o rallentare la transizione ecologica». Le tre ONG denunciano che «Sempre più spesso, infatti, le grandi imprese attaccano la legislazione ambientale tramite l’arbitrato internazionale, un sistema di corti sovranazionali non trasparenti a disposizione del settore privato. Grazie a questo vero e proprio sistema giudiziario parallelo, le aziende possono chiedere compensazioni miliardarie agli Stati che promuovono leggi lesive dei loro profitti, anche se queste politiche vanno in direzione dell’interesse pubblico o della lotta al cambiamento climatico. In un processo senza giuria né pubblico, davanti a tre avvocati commerciali, i governi devono difendere moratorie sulle trivellazioni, piani di uscita dal carbone o dall’energia nucleare. E spesso perdono la causa o sono spinti a patteggiare per evitare risarcimenti troppo onerosi. Ma spesso il patteggiamento comporta il ritiro delle proposte di legge o l’indebolimento dei piani climatici, con grave danno per i cittadini e l’ambiente».
Monica Di Sisto, vice presidente di Fairwatch e portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA, spiega che «L’esistenza di questi tribunali semi-segreti è possibile grazie a migliaia di accordi sul commercio e gli investimenti che gli Stati hanno firmato in questi anni. Con questa nuova indagine vogliamo dimostrare che l’agenda commerciale italiana ed Europea oggi è incompatibile con il Green New Deal proposto nelle scorse settimane. Bisogna invertire le priorità fra business e i diritti umani, e i signori di Davos devono essere fermati».
Infatti, un punto cardine della maggior parte dei 3 mila trattati commerciali in vigore fra due o più Paesi è l’Investor-to-State Dispute Settlement (ISDS – clausola di protezione degli investitori) e il rapporto evidenzia che. anche se molte cause rimangono secretate, secondo gli ultimi dati disponibili, «Le imprese l’hanno utilizzata 983 volte per trascinare alla sbarra governi “colpevoli” di proporre politiche sgradite. Un numero che nel 2020, stando ai trend attuali, supererà quasi certamente quota 1000. Ad oggi, sono 322 le cause ancora in attesa di sentenza. Delle 677 passate in giudicato, ben 430 hanno visto un successo totale o parziale delle aziende (191 risolte in favore dell’investitore, 139 chiuse con un patteggiamento), 230 hanno visto scagionare lo Stato, 73 sono state sospese e 14 chiuse senza l’attribuzione di un risarcimento. Nella gran parte dei casi, il Paese denunciato (l’ISDS è un sistema a senso unico, in base al quale uno Stato può solo comparire come imputato, mai nelle vesti dell’accusa) ha pagato almeno le spese legali, che mediamente ammontano a 8 milioni di euro ma possono lievitare fino a 30».
In tutto il mondo organizzazioni della società civile e movimenti si oppongono all’ISDS perché, soprattutto negli ultimi 25 anni, «ha determinato un numero crescente di cause pretestuose, con imprese che hanno preso di mira leggi sulla tutela del lavoro, dei servizi pubblici e dell’ambiente».
Uno degli autori del rapporto, Francesco Panié, ricercatore dell’associazione Terra!, sottolinea che «E’ proprio la legislazione ambientale a trovarsi oggi sotto attacco diretto delle multinazionali del fossile. Mentre l’Italia e l’Unione Europea si trovano a dover fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, i giganti dell’inquinamento remano contro, usando i tribunali arbitrali come clava per bloccare o rallentare l’azione per il clima».
L’accordo più invocato dagli investitori per avviare contenziosi contro i governi è il Trattato sulla Carta dell’Energia: ben 128 cause arbitrali sono state promosse impugnando questo accordo. “Processo al futuro” elenca una serie di casi emblematici che hanno visto diversi Paesi, tra cui Italia, Francia, Olanda e Svezia, presi di mira da richieste di risarcimento avanzate da compagnie energetiche del carbone, gas e petrolio. Le tre ONG ricordano che «In particolare, l’Italia potrebbe trovarsi nel 2020 a dover pagare fino a 350 milioni di dollari alla Rokchopper, compagnia petrolifera britannica che nel 2017 ha fatto ricorso in arbitrato contro l’introduzione del divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine».
Un altro autore del rapporto, Alberto Zoratti del Cospe, è convinto che «Di fronte a questo scandalo l’Unione europea non sta facendo abbastanza Invece di eliminare l’ISDS dai trattati sugli investimenti, sta negoziando a Vienna in questi giorni una proposta per trasformarlo in una Corte internazionale permanente che diventerebbe a tutti gli effetti un tribunale mondiale per le grandi imprese. Questo non è accettabile».
Questo processo, che si svolge nell’ambito dell’United Nations commission on international trade law (Uncitral) va nella direzione opposta a quanto chiedono centinaia di esperti, organizzazioni e giuristi.
Nicoletta Dentico, di Society for International Development, autrice del rapporto, conclude: «Bisogna mettere fine al sistema dell’ISDS ed eliminarlo dagli accordi commerciali già conclusi. Nel frattempo, l’Unione Europea deve lavorare per concludere un ambizioso trattato vincolante dell’Onu su imprese e diritti umani, che obblighi il settore privato a rispondere delle violazioni perpetrate lungo la filiera e aiuti le comunità colpite da attività impattanti ad ottenere giustizia. Finora Bruxelles ha usato due pesi e due misure, supportando strumenti come l’ISDS, che rafforzano il potere delle corporation, e contrastando l’accordo a difesa dei diritti e dell’ambiente. Senza un’inversione di priorità, la crisi ecologica e sociale non potrà che farsi più acuta».