Negli ultimi 5.500 anni, mai così poco ghiaccio marino nello stretto di Bering
Molto di più che il semplice riscaldamento delle temperature. Stiamo assistendo a un cambiamento nei modelli di circolazione nell'oceano e nell'atmosfera
[3 Settembre 2020]
Analizzando la vegetazione dell’isola di St. Matthew nel mare di Bering, lo studio “High sensitivity of Bering Sea winter sea ice to winter insolation and carbon dioxide over the last 5500 years”, pubblicato su Science Advances da un team di ricercatori statunitensi e giapponesi ha determinato che l’estensione del ghiaccio marino non era stata così ridotta sa migliaia di anni.
Lo studio ha analizzato chimicamente la composizione di un carotaggio di torba dell’isola di St. Matthew, che include resti di piante di 5.500 anni fino a quelle odierne, tornando così indietro nel tempo per stimare come sia cambiato da allora il ghiaccio marino nello stretto di Bering.
La principale autrice dello studio, Miriam Jones dell’’US Geological Survey, che al tempo dell’avvio dello studio, nel 2012, era ricercatrice all’università dell’Alaska – Fairbanks (UAF), spiega che St. Matthew «E’ una piccola isola nel mezzo del mare di Bering e, essenzialmente, sta registrando ciò che sta accadendo nell’oceano e nell’atmosfera circostante».
I dati sull’antico ghiaccio marino sono deducibili dai cambiamenti nelle quantità relative di due isotopi dell’ossigeno: ossigeno-16 e ossigeno-18. I ricercatori dell’UAF spiegano che «Il rapporto di questi due isotopi cambia a seconda dei modelli nell’atmosfera e nell’oceano, riflettendo le diverse firme che le precipitazioni hanno in tutto il mondo. Più ossigeno-18 rende la precipitazione isotopicamente “più pesante”, più ossigeno-16 rende la precipitazione “più leggera”».
Analizzando i dati di un modello che traccia il movimento atmosferico utilizzando la firma isotopica delle precipitazioni, gli autori hanno scoperto che «Le precipitazioni più pesanti provenivano dal Pacifico settentrionale, mentre le precipitazioni più leggere provenivano dall’Artico. Un rapporto “pesante” segnala un andamento stagionale che fa diminuire la quantità di ghiaccio marino. Un rapporto “leggero” indica una stagione con più ghiaccio marino». Un legame confermato dai dati provenienti dai satelliti che analizzano il ghiaccio marino raccolti dal 1979 e, in misura minore, dalla presenza di alcuni microrganismi in precedenti carotaggi.
L’Alaska Stable Isotope Facility dell’UAF ha analizzato i rapporti tra gli isotopi in tutti gli strati di torba, fornendo un time stamp per le condizioni del ghiaccio lungo 5 millenni e mezzo. Dopo aver esaminato la storia isotopica, i ricercatori hanno stabilito che «Le condizioni del ghiaccio moderno sono a livelli notevolmente bassi».
Uno degli autori dello studio, Matthew Wooller, direttore dell’Alaska Stable Isotope Facility, sottolinea che «Quello che abbiamo osservato più di recente è senza precedenti negli ultimi 5.500 anni. Non avevamo visto niente di simile in termini di ghiaccio marino nel Mare di Bering».
Secondo la Jones, «Anche i risultati a lungo termine confermano che le riduzioni del ghiaccio marino di Bering sono dovute alle temperature più elevate più che recenti associate al riscaldamento globale. Le correnti atmosferiche e oceaniche, anch’esse influenzate dai cambiamenti climatici, giocano un ruolo più importante in presenza di ghiaccio marino. C’è molto di più che il semplice riscaldamento delle temperature, Stiamo assistendo a un cambiamento nei modelli di circolazione sia nell’oceano che nell’atmosfera».