Fao, l’abbandono della dieta mediterranea negativo sia per la salute sia per l’ambiente

Semedo: «Questa alimentazione tradizionale cede sempre più il passo al cambiamento delle abitudini e degli stili di vita, da pasti diversificati ed equilibrati a pasti più monotoni ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale»

[14 Febbraio 2020]

La soluzione a un problema globale come la crisi climatica in corso non può che essere collettiva, ma ognuno di noi è chiamato ad agire responsabilmente e modificare la propria dieta per renderla più compatibile coi limiti del pianeta rientra certamente tra le prime iniziative che possiamo mettere in campo: in quest’ottica, seguire una dieta mediterranea è una delle migliori opzioni che abbiamo a disposizione.

Durante l’iniziativa “Principi della dieta mediterranea per l’Agenda 2030” è stata direttamente la Fao – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – a sottolineare che la dieta mediterranea non fa bene solo alla salute umana, ma anche all’ambiente e alla biodiversità.

Si tratta di un’osservazione tutt’altro che scontata. Secondo il recente rapporto speciale prodotto dall’Ipcc su cambiamenti climatici e uso del suolo, circa il 23% delle emissioni di gas serra di origine umana proviene da agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo; l’agricoltura, inoltre, è responsabile di circa la metà delle emissioni di metano indotte dall’uomo ed è la principale fonte di protossido di azoto – due gas serra molto potenti – mentre secondo la Fao le emissioni di gas serra legate all’allevamento di bestiame sono il 14,5% di tutte quelle di origine antropica.

Basata sul consumo regolare di olio d’oliva, sulla ricca varietà di alimenti vegetali (cereali, frutta, verdura, legumi) e moderate quantità di pesce e carne, la dieta mediterranea è invece ampiamente riconosciuta per i suoi molteplici benefici per la salute e per il suo basso impatto ambientale.

Tuttavia «questa alimentazione tradizionale – osserva Maria Helena Semedo, vicedirettore generale della Fao per il clima e le risorse naturali – cede sempre più il passo al cambiamento delle abitudini e degli stili di vita, da pasti diversificati ed equilibrati a pasti più monotoni ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale». Le conseguenze, sottolinea Semedo, sono negative sia sulla salute umana – con un radicale aumento dell’obesità, del sovrappeso e delle malattie non trasmissibili – sia sull’ambiente, con il degrado delle risorse naturali, compresa la perdita di biodiversità per l’alimentazione e l’agricoltura.

Per contrastare questa tendenza negativa è necessario preservare e promuovere la dieta mediterranea e le altre diete tradizionali, mentre va ulteriormente studiato e approfondito il loro contributo alla conservazione della biodiversità, all’emancipazione femminile, al divario tra zone rurali e urbane, alle le perdite e agli sprechi alimentari e alla gestione dei rifiuti.

In questo senso anche la Fao può svolgere un ruolo fondamentale, per esempio supportando le lezioni apprese dai siti dei Sistemi del patrimonio agricolo di rilevanza mondiale (Giahs), l’iniziativa della Fao che riconosce paesaggi di straordinaria bellezza in cui convivono biodiversità agricola, ecosistemi resilienti e un ricchissimo patrimonio culturale. L’anno scorso, per esempio, sono stati aggiunti al registro due siti italiani: le Terre del Soave e la Fascia olivata Assisi-Spoleto.