L’Indonesia ammette le violazioni dei diritti umani e i massacri di Suharto e dei governi post-dittatura

Ma il presidente Jokowi si scorda di Timor Leste e di altre violenze e ha promulgato un nuovo codice penale che discrimina le minoranze religiose e sessuali

[16 Gennaio 2023]

Dopo aver ricevuto il rapporto del Team for the Non-Judicial Resolution of Past Serious Human Rights Violations, incaricato dal governo di formulare raccomandazioni per aiutare con i risarcimenti delle vittime della repressione dei governi dittatoriali e autoritari indonesiani del passato, l’11 gennaio il presidente dell’Indonesia Joko Widodo (Jokowi) ha convocato una conferenza stampa fuori dal palazzo presidenziale a Jakarta è ha annunciato: «Con una mente chiara e il cuore serio, in qualità di capo di Stato indonesiano, riconosco che nella nostra nazione sono state commesse numerose gravi violazioni dei diritti umani. E mi rammarico fortemente che si siano verificate tali violazioni». Dopo aver garantito che «Questo tipo di eventi non si ripeterà più», il presidente indonesiano ha espresso «Cordoglio ed empatia per le vittime e le loro famiglie, i cui diritti verranno ripristinati in modo equo e saggio senza negare la risoluzione giudiziaria, nella speranza che questa azione possa portare il nostro cammino verso la riconciliazione nazionale tra cittadini, in modo che la fratellanza prevalga in Indonesia».

La portavoce dell’United Nations High Commissioner for Human Rights, Liz Throssell, ha commentato: «Accogliamo con favore il riconoscimento e l’espressione di rammarico del presidente Joko Widodo per 12 episodi storici di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la repressione anticomunista del 1965-1966, le sparatorie contro i manifestanti del 1982-1985, le sparizioni forzate nel 1997 e nel 1998 e l’incidente di Wamena a Papua nel 2003. Il gesto del Presidente è un passo nel lungo cammino verso la giustizia per le vittime e i loro cari. (…)  Ci auguriamo che il rapporto venga reso pubblico per incoraggiare la discussione e il dibattito. Prendiamo atto che la dichiarazione del Presidente, pronunciata mercoledì, non preclude ulteriori azioni giudiziarie e si impegna a riforme che dovrebbero garantire la non ripetizione. Esortiamo il governo indonesiano a sfruttare questo slancio con passi concreti per portare avanti un processo di giustizia di transizione significativo, inclusivo e partecipativo, garantendo verità, giustizia, riparazioni e non recidiva alle vittime e alle comunità colpite, comprese le vittime di atti di violenze sessuali legati al conflitto. Un completo processo di giustizia di transizione contribuirà a spezzare il ciclo decennale di impunità, promuovere il risanamento nazionale e rafforzare la democrazia dell’Indonesia».

Jokow ha citato 12 eventi “deplorevoli” avvenuti tra il 1965 e il 2003, compreso il massacro di 500milia (ma alcuni dicono 700mila) militanti e simpatizzanti del Partai Komunis Indonesia (Partito comunista indonesiano PKI, maoista) – che era nel governo del presidente Kusno Sosrodihardjo Sukarno in coalizione con altri Partiti – che il generale Haji Mohammad Suharto, con l’aiuto della Cia e dei governi occidentali, eliminò con una strage realizzata casa per casa dai militari e dalla destra indonesiana che cancellò dalla faccia della terra praticamente in una notte il terzo più grande Partito comunista del mondo – dopo quello della Cina e quello dell’Unione Sovietica –  con 3 milioni di iscritti e circa 17 milioni di elettori. Dopo aver accusato i comunisti di voler fare un colpo di stato contro Sukarno e dopo aver messo al bando tutti i partiti progressisti indonesiani, Suharto  fece lui il colpo di Stato, defenestrò il padre della Patria Sukarno e instaurò un governo fascista che ha governato l’Indonesia con il pugno di ferro, lasciando il potere solo nel 1998, non prima però di aver invaso nel 1975 la ex colonia portoghese di Timor-Leste subito dopo l’indipendenza e di aver dato via al massacro del 1998-99 degli studenti indonesiani che chiedevano riforme e democrazia. Suharto e i suoi successori hanno anche represso brutalmente il movimento separatista di Aceh, una provincia nel nord di Sumatra, causando almeno 15.000 vittime civili.

Il presidente Jokowi si è anche scusato per gli eccidi in West Papua perpetrati sotto il debolissimo governo democratico di Megawati Sukarnoputri (figlia del primo presidente dell’Indonesia Sukarno), quando nell’aprile 2003 i militari indonesiani   attaccarono 25 villaggi a Wamena, massacrando anche vecchi, donne e bambini.

Il team di indagine sulle violazioni dei diritti umani è stato istituito nell’agosto 2022 con un decreto presidenziale e ha il compito di produrre raccomandazioni su i risarcimenti per le vittime su come prevenire il ripetersi delle atrocità in futuro. Finora, l’Indonesia non ha ritenuto responsabile un solo membro delle sue forze di sicurezza per gli assassinii, le sparizioni e gli atti di violenza sessuale e altre gravi violazioni dei diritti umani avvenute in passato. In molti hanno subito fatto notare che sotto il presidente Widodo, i militari accusati di alcuni dei peggiori abusi, come il rapimento e l’assassinio di attivisti politici all’inizio del 1998, sono stati promossi invece che chiamati a rendere conto di quelli che lo stesso Jokow ora chiama gravi violazioni dei diritti umani. Nuove leggi approvate di recente hanno limitato, non ampliato, le libertà conquistate dopo la caduta del regime fascista di Suharto e dal 2014 il contesto dei diritti umani nella travagliata provincia di West Papua, già pessimo, è peggiorato.

In un’analisi il corrispondente di BBC South East Asia, Jonathan Head, scrive che «Anche sentire un leader politico riconoscere gli abusi da parte dello stato è raro in questa regione, quindi l’espressione di rammarico del presidente Widodo per gli episodi più oscuri del passato dell’Indonesia supera quello che è un livello molto basso per gli standard dei diritti umani nel sud-est asiatico, e sarà ampiamente ben accolto. E’ un passo verso l’adempimento di un impegno elettorale che ha preso  quando si è candidato per la prima volta alla presidenza nel 2014, di trovare la responsabilità per le passate violazioni dei diritti umani. Ma è solo un passo ed è arrivato molto tardi, solo un anno prima dello scadere del suo mandato. Ha istituito il team per indagare su 12 dei casi più eclatanti solo l’anno scorso e il suo mandato è esplicitamente non giudiziario; mira a far luce su ciò che è accaduto, ma non a portare gli autori di fronte alla giustizia in un tribunale. Invece ha promesso di “ripristinare i diritti delle vittime in modo giusto e saggio” e di guarire le ferite della nazione».

Quel che Jokowi  sta proponendo suona più come il processo di verità e riconciliazione sperimentato nel Sud Africa post-apartheid di Nelson Mandela e utilizzato anche a Timor Leste dopo la fine del violento dominio repressivo indonesiano. Per le vittime può essere gratificante  vedere riconosciuta e risarcita dallo Stato la loro sofferenza, ma per molti questo non è sufficiente. Come risarcire intere famiglie sterminate, o i militanti comunisti fatti marcire in isolamento per 40 anni in celle sotterranee scavate nel terreno?

Molti attivisti dei diritti umani dubitano della sincerità di Jokowi e fanno notare che quando è stato procuratore generale, incaricato di indagare sulle violazioni dei diritti umani, ha spesso negato l’esistenza di questi casi.

Il direttore esecutivo di Amnesty International Indonesia, Usman Hamid, ha dichiarato: «Anche se apprezziamo il gesto del presidente Widodo nell’ammettere il verificarsi di violazioni dei diritti umani in Indonesia dagli anni ’60, questa dichiarazione era attesa da tempo considerando la sofferenza delle vittime che per decenni sono state lasciate all’oscuro senza alcuna giustizia, verità, riparazione e risarcimento. Ma un semplice riconoscimento senza sforzi per portare in giudizio i responsabili delle passate violazioni dei diritti umani non farà che aggiungere sale alle ferite delle vittime e delle loro famiglie. In parole povere, questa affermazione non è nulla senza affrontare anche la responsabilità e porre fine all’impunità. La semplice menzione del nome di diversi eventi tragici è tutt’altro che sufficiente. Il presidente non ha nemmeno parlato della violenza sessuale che si è verificata sistematicamente in varie situazioni di gravi violazioni dei diritti umani del passato come la tragedia del 1965-1966, la tragedia della rivolta del maggio 1998 all’operazione militare di Aceh mentre era sotto la legge marziale dal 1989-1998. Il governo ha individuato solo 12 eventi come gravi violazioni dei diritti umani, trascurando notevolmente altri ben noti orrori, come le violazioni compiute dalle forze di sicurezza indonesiane e dai gruppi della milizia durante l’occupazione e l’invasione di Timor Est dal 1975 al 1999. Queste omissioni sono un insulto alle vittime. Il governo ha inoltre trascurato il fatto che il tiepido processo investigativo nei quattro casi non menzionati – le violazioni di Timor Est, le uccisioni a Tanjung Priok nel 1984, le esecuzioni extragiudiziali e le torture ad Abepura nel 2000 e le uccisioni di civili a Paniai nel 2014 – aveva portato all’assoluzione di tutti gli imputati nei precedenti processi. Se il Presidente è veramente impegnato a prevenire il ripetersi di gravi violazioni dei diritti umani, le autorità indonesiane dovrebbero immediatamente, efficacemente, accuratamente e imparzialmente indagare su tutte le persone sospettate di responsabilità penale in passate violazioni dei diritti umani, ovunque si siano verificate, e se ci sono prove sufficienti ammissibili, perseguirle in un processo equo dinanzi a un tribunale penale ordinario. Ricordiamo al governo indonesiano che porre fine all’impunità è fondamentale per prevenire il ripetersi di violazioni dei diritti umani e per fornire alle vittime e alle loro famiglie verità, giustizia e riparazione autentiche».

Andreas Harsono di Human Rights Watch (HRW), è d’accordo: « Widodo ha smesso di non ammettere esplicitamente il ruolo del governo nelle atrocità o di assumere qualsiasi impegno per perseguire la responsabilità. Ma se il presidente Jokowi prendesse davvero sul serio le passate violazioni dei diritti umani, dovrebbe ordinare al governo di indagare sulle uccisioni di massa, documentare le fosse comuni e trovare le famiglie delle vittime, nonché istituire una commissione per decidere cosa fare dopo».

E, il giorno dopo le dichiarazioni di Jokowi, HRW ha denunciato  nel suo World Report 2023 che «Il nuovo codice penale indonesiano mette a rischio i diritti fondamentali di milioni di persone nel Paese. Le popolazioni già emarginate, comprese donne e ragazze, lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) e le comunità delle minoranze religiose saranno particolarmente colpite». Secondo Elaine Pearson, direttrice per l’Asia di Human Rights Watch, «Il nuovo codice penale indonesiano fa il gioco dei funzionari governativi che vogliono limitare la libertà di religione, privacy ed espressione. Il presidente Joko Widodo dovrebbe intraprendere un’azione energica affinché il codice penale e centinaia di regolamenti locali discriminatori nell’Indonesia a maggioranza musulmana non violino i diritti delle comunità religiose minoritarie del Paese».

Il 6 dicembre 2022, il Parlamento indonesiano ha approvato un nuovo codice penale che trasforma in un  reato il sesso consensuale o la convivenza al di fuori del matrimonio. Per HRW , «La legge permette intrusioni nelle decisioni più intime di individui e famiglie, violando il diritto alla privacy. Il capitolo sulla blasfemia è stato ampliato da 1 a 6 articoli, e per la prima volta include un articolo che rende l’apostasia – l’abbandono di una religione o di un credo – un reato penale. Sono in preparazione ricorsi legali contro alcune delle disposizioni più problematiche della legge. La legge ha un periodo di transizione di tre anni prima di entrare in vigore».

Mentre il governo chiede scusa per i crimini e gli abusi del passato, nel 2022 molti gruppi islamisti hanno preso di mira le minoranze con minacce e intimidazioni, utilizzando centinaia di regolamenti discriminatori tra cui la legge sulla blasfemia , «Ma il governo ha fatto ben poco per proteggere tali gruppi vulnerabili – dicono a HRW –  Molte donne indonesiane si sono anche espresse contro le regole abusive dell’hijab obbligatorio , ma i funzionari del governo hanno ignorato le loro suppliche».

E anche l’esercito indonesiano ha continuato a darsi da fare: «Sporadici combattimenti tra le forze di sicurezza indonesiane e il West Papua National Liberation Army sono continuati a Papua e nelle province di West Papua, provocando lo sfollamento di almeno 60.000 indigeni papuani in almeno 9 aree di conflitto. L’Indonesia mantiene le restrizioni cinquantennali per gli osservatori internazionali dei diritti umani e per i giornalisti stranieri che visitano la regione».

A ottobre, all’Onu l’Indonesia ha votato contro una mozione per discutere della situazione nella regione cinese dello Xinjiang, dove gli uiguri e altre minoranze musulmane subiscono detenzioni arbitrarie e discriminazioni da parte del governo cinese che secondo Hrw «Equivalgono al crimine contro l’umanità di persecuzione culturale». E  per Human Rights Watch «Come presidente di turno dell’Association of Southeast Asian Nations  2023, l’Indonesia dovrebbe promuovere azioni nuove e più forti per affrontare gli abusi diffusi da parte della giunta militare in Myanmar».