I microecosistemi artificiali della plastisfera delle acque dolci degli habitat ghiacciati
Uno studio italiano sull’impatto della microplastica in Artico, Antartide e Terzo Polo
[9 Maggio 2023]
Lo studio “A plastic world: A review of microplastic pollution in the freshwaters of the Earth’s poles”, pubblicato recentemente su Science of the Total Environment da Federico Citterich, Angelina Lo Giudice e Maurizio Azzaro dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Cnr-Isp), ha esaminato i dati sull’inquinamento causato da microplastiche nelle acque dolci dell’Artico, dell’Antartide e del del “Terzo Polo”, l’Altopiano del Tibet, che ospita il 15% dei ghiacci di tutto il Pianeta. I ricercatori italiani ricordano che «Tale tipologia di inquinamento rappresenta, oggi, una minaccia a livello globale, anche in considerazione del grande aumento di produzione della plastica, che è passata da 1,5 milioni di tonnellate negli anni Cinquanta del secolo scorso, ai 359 milioni di tonnellate nel 2018».
Azzaro spiega: «Artide, Antartide, Altopiano del Tibet: abbiamo preso in considerazione tre ambienti molto distanti tra loro, ma accomunati dalla presenza di microplastiche nei laghi, nei fiumi, nei ghiacciai e nella neve, con ogni probabilità trasportate in queste zone dagli uccelli e dal vento, o accumulate in conseguenza di attività antropiche, come il turismo e le attività di ricerca svolte nelle basi. Ciò rappresenta una problematica notevole, visto che la loro presenza all’interno del ghiaccio può agevolarne lo scioglimento, oltre a determinare un pericolo per gli animali che vivono in quelle aree, dovuto all’eventuale ingestione, che può condizionare la catena alimentare di quegli ecosistemi».
Un aspetto particolare emerso dallo studio riguarda l’attività dei microbi, che nelle zone glaciali risulta sia nociva che potenzialmente vantaggiosa per l’ambiente. Azzaro evidenzia che «Le microplastiche fungono da superfici sulle quali le comunità microbiche riescono a svilupparsi – modificandone di fatto l’habitat – creando quella che gli scienziati hanno definito “plastisfera”, un ecosistema artificiale basato, per l’appunto, sulla plastica. L’azione dei microbi può alterare la galleggiabilità e aumentare la tossicità dei polimeri plastici, ma allo stesso tempo ne accelera la degradazione, in virtù delle basse temperature. Pertanto, l’impiego di microbi potrebbe costituire una potenziale strada ecosostenibile per mitigare l’inquinamento da microplastiche nelle aree fredde della Terra».
Mentre sull’inquinamento da microplastica dei mari costieri e gli oceani sono stati realizzati numerosi studi, i dati sull’inquinamento da microplastiche nelle acque dolci delle aree ghiacciate risultano ancora limitati. Azzaro conclude: «Il nostro lavoro ha messo in evidenza come anche i metalli pesanti (quali rame, piombo e nichel) tendano a legarsi alle microplastiche in acqua, rappresentando un ulteriore problema ambientale. Riteniamo che in questo settore vadano incentivate ulteriori attività di ricerca e che il monitoraggio e il contrasto all’inquinamento da microplastica, soprattutto in zone così fragili a livello ambientale, debbano essere considerati tra le priorità dei decisori politici per il prossimo decennio».